Cuore

Pubblicato il luglio 5th, 2016 | by Paolo Carnelli

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David Bowie – 1.Outside (1995)

Tracklist
1. Leon Takes Us Outside (1:25)
2. Outside Prologue (4:04)
3. The Hearts Filthy Lesson (4:57)
4. A Small Plot of Land (6:34)
5. Baby Grace (A Horrid Cassette) (1:39)
6. Hallo Spaceboy (5:14)
7. The Motel (6:49)
8. I Have Not Been to Oxford Town (3:47)
9. No Control (4:33)
10. Algeria Touchshriek (2:03)
11. The Voyeur of Utter Destruction (as Beauty) (4:21)
12. Ramona A. Stone/I Am With Name (4:01)
13. Wishful Beginnings (5:08)
14. We Prick You (4:33)
15. Nathan Adler (1:00)
16. I’m Deranged (4:31)
17. Thru’ These Architects Eyes (4:22)
18. Nathan Adler (0:28)
19. Strangers When We Meet (5:07)


Personell
David Bowie: Vocals, Saxophone, Guitar, Keyboards ● Brian Eno: Synthesizers, Treatments, Strategies ● Reeves Gabrels: Guitar ● Erdal Kizilcay: Bass, Keyboards ● Mike Garson: Grand piano ● Sterling Campbell: Drums ● Carlos Alomar: Rhythm guitar ● Joey Baron: Drums ● Yossi Fine: Bass ● Tom Frish: Additional guitar on Strangers When We Meet ● Kevin Armstrong: Additional guitar on Thru’ These Architect’s Eyes ● Bryony, Lola, Josey and Ruby Edwards: Background vocals on The Hearts Filthy Lesson and I Am With Name


Ho preparato un nuovo programma nel mio computer capace di mescolare alla rinfusa i miei scritti verso per verso, tre parole per tre parole, e produrre composizioni di immagini e descrizioni del tutto diverse da quello che avevo programmato; una specie dei cut ups di Bill Burroughs da macchina elettronica. Ho fatto in pochi secondi quello che dal 1973 avevo fatto con colla e forbici — DAVID BOWIE

In queste righe tratte dalla bella prefazione italiana ad Outside, c’è un po’ il succo di quello che a giudizio di chi scrive rimane l’album più bello dell’intera discografia di David Bowie. Un album imprevedibile, fatto di chiaroscuri e di contrasti, di giustapposizioni sonore e testuali, rischiose e suggestive, azzardate e geniali. Un album senza tempo, sospeso in perpendicolare sulla metà degli anni novanta ma intriso di almeno trent’anni di musica, compresa gran parte di quella che sarebbe venuta dopo. Outside è dichiaratemente un concept album: narra infatti le vicende, articolate in forma di diario e ambientate in un futuro non troppo lontano, del detective Nathan Adler. Adler si trova infatti alle prese con un nuovo macabro filone di omicidi, quelli di stampo “artistico”. “Sono le fantasie definite nella letteratura americana “neo-gotiche”: all’inizio di Outside si parla ad esempio del dissezionamento della quattordicenne Baby Grace, nelle cui braccia vengono infilati sedici aghi ipodermici che vi inseriscono agenti coloranti mentre il diciassettesimo ne estrae tutto il sangue, lo stomaco viene squartato, gli intestini asportati e appesi all’ingresso del Museo di Parti Moderne. Questo era certamente un omicidio, ma era arte? si chiede l’investigatore” (Fernanda Pivano).

Visto l’argomento del concept, inevitabilmente tutto l’album trasuda immagini sonore disturbate e claustrofobiche. Già l’intro sghemba, una sorta di prova d’orchestra, ci immerge in un’atmosfera malsana. L’uomo, stressato e vessato, non ha più il controllo di ciò che lo circonda, tutti gli avvenimenti di cui è vittima restano fuori dalla sua portata. Accade tutto ora, tutto insieme, tutto nello stesso momento, senza preavviso: la title track si apre e si richiude su se stessa cento volte, dando l’impressione di una fuga ormai impossibile. Poi nella terza traccia, The Heart Filthy Lesson, fa la sua comparsa l’elemento di rottura e al tempo stesso di raccordo dell’intero album: il piano di Mike Garson, vecchia conoscenza di Bowie dai tempi di Alladin Sane. Il pianoforte a coda di Garson si inserisce nei pezzi in maniera completamente anticonvenzionale e schizoide, con improvvisazioni classico – jazzistiche, fantastici ossimori di suono. È un tour de force auditivo. La marcia funebre di A Small Plot of Land, percussiva e insistente, in crescendo, è ossessiva e penetrante. Ancora il pianoforte a spaziare senza limiti su una base di batteria impossibile. “Povero asino, ora è meno che mai tra noi” urla Bowie rivolgendosi all’ennesima vittima del serial killer. La mano di Brian Eno, con cui Bowie si era ritrovato in studio a gettare le basi del concept, improvvisando per ben otto giorni, inizia a farsi sentire. E la nostra mente comincia a sprofondare nei meandri della musica. L’assalto sonoro di Hello Spaceboy ci scaraventa sulla scena del crimine: l’alieno giace stazionario mentre fuori premono i giornalisti e i fotografi. “Questo caos mi sta uccidendo” grida Bowie.

Bisognerebbe soffermarsi su ogni canzone. Dopo le atmosfere rarefatte di The Motel, con un fretless che suona quasi dall’aldilà (e intanto “Non c’è inferno come un vecchio inferno” prega Bowie), l’album ha un’altra impennata con The Voyeur of Utter Destruction, che sembra uscita da un disco dei King Crimson degli anni ’80, tale è il rigore della chitarra chiamata a correre su una ritmica Brufordiana. Nelle parti di raccordo, nei “recitativi”, la voce di Bowie si deforma in continuazione per incarnare i vari personaggi della storia. Siamo ad un passo dal trance, dall’ipnosi. Ma non c’è scampo. La preghiera disperata di I’m Deranged chiude di fatto i giochi. “Sono guasto, guasto è il mio amore. Sono guasto giù giù in fondo. Così caricami su dolcezza caricami su amore. E la pioggia comincia. È l’uomo angelo. Sono pazzo”, piange Bowie. Arrivata finalmente la consapevolezza, non ci sono però, oramai, i margini per un ritorno. Il cortocircuito mentale, la discesa negli inferi, è completa. Forse è per questo che il sequel (o il prequel) di Outside, più volte annunciato da Bowie, non ha mai visto la luce.

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