Isole

Pubblicato il agosto 25th, 2016 | by Paolo Carnelli

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Jacopo Meille (Tygers of Pan Tang, General Statocuster)

I dieci dischi dell’isola deserta di JACOPO “JACK” MEILLE, apprezzato giornalista (Jam, Rockerilla, Classix) ma soprattutto grande cantante con Tygers Of Pan Tang, General Stratocuster and the Marshalls, Mantra, Los Dragons (con Kee Marcello e Mike Terrana) e una moltitudine di tribute band dedicate all’universo rock targato Led Zeppelin, The Who, Deep Purple… More info: www.facebook.com/iacopo.meille


WHO’S NEXT – The Who (1971)
Il disco rock per eccellenza. L’ho scoperto in ritardo, ma per me è uno dei pochi, veramente pochi, dischi “perfetti”. Dalle prime note di Baba o’Riley fino all’urlo liberatorio di Roger Daltrey in Won’t Get Fooled Again è impossibile non entrare in trance e lasciare che il flusso sonoro prenda il posseso del tuo corpo. Bargain, Gettin’ Tune, forse la più bella dichiarazione d’amore in forma rock mai scritta e poi Behind Blue Eyes… non esistono paragoni. L’unico disco rock in cui testi e musica sono indivisibili

AFTER THE GOLD RUSH – Neil Young (1970)
Credo che una canzone come Southern Man sia la prova che la musica non è soltanto un susseguirsi di note al posto giusto, ma è anche molto altro. Neil Young mi ha fatto capire il valore delle parole, più di Bob Dylan. I suoi testi sono così diretti e personali che è come leggere di nascosto il suo diario segreto. E’ un disco frammentario, spigoloso, eppure così vero, in cui si sente tutta l’urgenza di fermare l’attimo, il momento in cui l’ispirazione viene fuori senza nessun filtro. Birds rimane una delle mie canzoni preferite: per anni non potevo mettermi in viaggio senza portare con me questo disco in valigia

REVOLVER – The Beatles (1966)
C’è ancora chi si ostina a dire che non gli piacciono i Beatles, che non ne capisce il valore. Credo, essendo giunto alla soglia dei 46 anni, di poter affermare che per me questo è un motivo sufficiente per rompere ogni rapporto, se non addirittura iniziarlo, con chi la pensa così. Questo disco riassume quello che il rock andrà a presentare per i successivi 40 anni. C’è tutto: il barocchismo asciutto e illuminato di Eleanor Rigby, la protest song – Taxman– la canzonetta per bambini – Yellow Submarine, il pop eccelso di For No One, il brit pop di I’m Only Sleeping fino alla psichedelia acida di Tomorrow Never Knows

LET IT BLEED – The Rolling Stones (1969)
Un disco difficile, sopratutto per la band che doveva superare il lutto di Brian Jones. È stato il disco che mi ha fatto innamorare degli Stones. You Got The Silver con Keith alla voce, Monkey Man e la ballata You Can’t Always Get What You Want mi hanno stregato e fugato via ogni dubbio. I Rolling Stones sono il “rock’n’roll” eMidnight Rammler e Gimmie Shelter i baccanali dentro i quali immergersi e lasciarsi andare

IN THE COURT OF THE CRIMSON KING – King Crimson (1969)
Se l’aggettivo ‘progressive’ avesse ancora un senso, questo disco sarebbe per me l’unico disco a cui potrebbe calzare a pennello. Un altro album “perfetto”, da ascoltare tutto d’un fiato, possibilmente in vinile, perdendosi nella copertina. In questo disco ancora oggi, a distanza di 35 anni dalla sua uscita, è possibile ascoltare il futuro, quello che verrà. E’ un disco profetico che ancora oggi ha poteri magici: “Confusion will be my epitaph”…

BERLIN – Lou Reed (1973)
Lulù non c’è più. Ci ha lasciato una serie di canzoni e di dischi che hanno il potere di evocare il dolore e la disperazione come una poesia di Baudelaire o Rimbaud. Questo disco, un insuccesso clamoroso alla sua uscita, è la cronaca senza pietà di una vita decadente e nichilista. Caroline Says, How Do You Think It Feels– con un riff di chitarra che entra a gamba tesa come il peggior terzino, facendoti male – The Kids, Man Of Good Fortune– il cui testo dovrebbe essere insegnato a scuola come una poesia di Leopardi – entrano in te e ti consumano e inebriano, ti provocano dipendenza come il whisky. Prima di Bowie, suo caro amico peraltro, Lou aveva già detto tutto su Berlino

ROCK ‘N’ ROLL OVER – Kiss (1976)
Se sei nato a fine anni ’60, è molto probabile che i Kiss siano la cosa più vicina al rock’n’roll che un ragazzino di 5/6 anni potesse ascoltare. E se li ascolti una volta, ecco che rischi la dipendenza. Il trucco, i costumi, quel non so che che li fa accomunare a Godzilla o a un supereroe della Marvel, i 4 di New York sanno però anche stregarti con un riff di chitarra malandrino come quello di Calling Dr. Love o Making Love, passando per le chitarre acustiche di Hard Luck Woman e il rock caciarone di I Want You. Ace, Peter, Gene e Paul ti ammaliano e sanno poi tenerti legato a loro anche quando gli anni passano e il cerone bianco inizia a sciogliersi, mostrando tutte le loro rughe

III – Led Zeppelin (1970)
I Led Zeppelin sono il mio gruppo preferito e forse proprio per questo è difficile per me scegliere solo un loro disco. Il terzo però, proprio per la sua così netta differenziazione tra il primo lato elettrico e il secondo acustico e agreste, ha avuto un ruolo importante nella mia formazione musicale. Senza di lui, non mi sarei avvicinato ai Fairport Convention o a i Jethro Tull, ai Wishbone Ash di Argus o a Joni Mitchell. Plant e Page mi hanno insegnato a guardare oltre, a non fermarmi alle apparenze, a non fermarmi alla prima impressione, a lasciare che fossero le sfumature ad affascinarmi. Senza Friends o Tangerine credo che sarei un musicista diverso

KILLER – Alice Cooper (1971)
Vincent Furnier è uno che la sa lunga. E’ il boogie man, l’ombra oscura alla fine del letto, e questo disco è una carrellata di serial killer e di cattivi senza futuro né presente che non può che incantare la mente di un teenager appassionato di B-movies. Dead Babies, Halo Of Flies, Desperado e la conclusiva Killer sono delle sceneggiature horror di prima scelta, che liberano l’immaginazione e ti fanno sentire “cattivo”. Anche se in fondo è solo per una canzone o due…

SPACE ODDITY – David Bowie (1969)
Questo disco era in casa. Lo aveva mio padre nella sua collezione di dischi insieme a Vanilla Fudge, Uriah Heep e Rolling Stones. L’ho ascoltato e riascoltato per giorni e giorni. Mi sembrava la colonna sonora di un film: aveva il potere di farmi immaginare storie, e anche se non conoscevo l’inglese, canzoni come Memory Of A Free Festival o Space Oddity sembrava che mi parlassero. Con questo disco ho capito che la musica è un linguaggio universale e che non importa capire la lingua in cui le canzoni vengono cantate per sentirsi collegato ad esse

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