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Pubblicato il settembre 13th, 2016 | by Paolo Carnelli

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Anderson Ponty Band – Better Late Than Never (2015)

Tracklist
1. Intro
2. A For Aria
3. ICU
4. Owner Of A Lonely Heart
5. Listening With Me
6. Time And A Word
7. Infinite Mirage
8. Soul Eternal
9. Wonderous Stories
10. And You And I
11. Renaissance Of The Sun
12. RoundaboutJean-Luc Ponty

Etichetta EarMusic  /CD

Durata 57’11”

Personell
Jon Anderson (vocals) ● Jean-Luc Ponty (violin) ● Jamie Glaser (guitars) ● Wally Minko (keyboards) ● Baron Browne (bass) ● Rayford Griffin (drums, percussion)

“Meglio tardi che mai”. Nel titolo di questo controverso lavoro, che vede per la prima volta insieme lo straordinario violinista Jean-Luc Ponty e il cantante degli Yes Jon Anderson, in realtà c’è già un po’ tutto il sugo della storia. La vicenda ha inizio nel luglio del 2014, quando Ponty e Anderson danno vita a una raccolta fondi tramite Kickstarter per legalizzare la loro unione. Tutto ruota intorno a un concerto ad Aspen, in Colorado, da cui i due hanno intenzione di ricavare un cd e un dvd, anche se i contorni dell’operazione sono un pochino sfumati e a un certo punto non si capisce bene se la raccolta fondi riguardi anche la realizzazione di un album in studio o meno. In ogni caso, la risposta dei fan è entusiastica: in soli trenta giorni i due rastrellano quasi 100 mila euro e tutto lascia presagire che qualcosa di memorabile stia per accadere. In realtà, il concerto alla Wheeler Opera House di Apen si tiene effettivamente il 20 settembre del 2014, e viene anche adeguatamente documentato. Ma da quel momento in poi, una serie quasi surreale di problematiche e lungaggini di varia e in parte imprecisata natura trasformano la produzione dell’album in una vera e propria via crucis. Provando a lasciare da parte gli aspetti burocratici, Better Late Than Never propone meno di un’ora di musica, tra nuove composizioni (tre), rielaborazioni di brani pubblicati in precedenza da Ponty o Anderson nei loro rispettivi album solisti (quattro), e cover di brani degli Yes (cinque). L’aspetto positivo è che i musicisti coinvolti nella Anderson Ponty Band sono tutti di altissimo livello (basta dare un’occhiata ai loro curriculum). L’aspetto negativo è che il live è stato praticamente risuonato, ricantato e rimpolpato in studio e che una volta soddisfatta la curiosità morbosa di ascoltare la strana coppia cimentarsi con i pezzi degli Yes, il resto del materiale risulta decisamente sottotono. E così, tra una discutibile versione reggae di Time and a Word, una And You and I minimale quanto vocalmente imbarazzante, una ICU che ricorda da vicino la tremenda Don’t Go di yessiana memoria, a fare la sua porca figura è ancora una volta l’onnipresente Owner of a Lonely Heart, riarrangiata in una nuova veste a metà strada tra Prince e gli Steely Dan. Va bene che Ponty è così mostruosamente bravo che potrebbe suonare qualsiasi cosa, va bene che Anderson è stato ingiustamente esiliato dagli Yes perché voleva provare nuove strade… ma il risultato di quella che poteva essere la collaborazione del secolo lascia decisamente l’amaro in bocca. “Meglio mai che (troppo) tardi”, verrebbe quasi da dire.

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