Cuore

Pubblicato il settembre 14th, 2016 | by Roberto Paravani

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Joni Mitchell – Shadows And Light (1980)

Tracklist

Lato A
1. Introduction
2. In France They Kiss On Main Street
3. Edith And The Kingpin
4. Coyote
5. Goodbye Pork Pie Hat

Lato B
1. The Dry Cleaner From Des Moines
2. Amelia
3. Pat’s Solo
4. Hejira

Lato C
1. Black Crow
2. Don’s Solo
3. Dreamland
4. Free Man in Paris
5. Band Introduction
6. Furry Sings The Blues

Lato D
1. Why Do Fools Fall In Love
2. Shadows and Light
3. God Must Be A Boogie Man
4. Woodstock


Personell
Joni Mitchell (electric guitar, vocals) ● Pat Metheny (lead guitar) ● Jaco Pastorius (fretless bass) ● Don Alias (drums, percussion) ● Lyle Mays (electric piano, synthesizer) ● Michael Brecker (saxophones) ● The Persuasions (backing vocals on Why Do Fools Fall in Love, Shadows and Light)


Nei miei primi otto album, o giù di lì, la mia preoccupazione principale era dare indicazioni ai bassisti e stressarli a morte. Volevo che smettessero di riempire le frequenze basse di puntini neri e cercassero piuttosto di lavorare in maniera sinfonica. Quando ascolti una sinfonia, il basso non è sempre presente: sa farsi leggero ed etereo per un po’, e poi “boom”, si pianta di nuovo. Ma la maggior parte dei bassisti arrancano dietro alla musica come accade sempre nel pop. Alla fine qualcuno mi segnalò “un bassista della Florida, un tizio molto strano” pensando che potesse fare al caso mio… — JONI MITCHELL

La lenta marcia di avvicinamento al jazz di Joni Mitchell, iniziata nel 1974 con l’album Court and spark, ebbe termine nel 1979 con l’uscita di Mingus, un vero e proprio tributo al grande contrabbassista. Charles Mingus stesso, sebbene malato e ormai morente, partecipò alla lavorazione dell’album che è ad oggi uno dei migliori esempi di commistione tra canzone d’autore e musica jazz. Non appena l’album fu pubblicato, la Mitchell si imbarcò in un tour in cui proseguì nel difficile intento di fusione tra il “suo” stile folk e il jazz classico. Per l’occasione venne schierata una band di giovani rampanti che erano o sarebbero diventati di lì a poco delle leggende: oltre al fidanzato del momento, Don Alias, che all’epoca aveva già suonato le percussioni per Miles Davis, c’erano i due leader della Pat Metheny Band ossia Pat Metheny stesso alla chitarra e Lyle Mays alle tastiere. La line up era completata da Michael Brecker, sideman strafamoso al sax e da Jaco Pastorius, bassista dei Weather Report nonché complice della canadese nelle sue ultime uscite discografiche. Con questa formidabile formazione, la Mitchell tenta avventurosi arrangiamenti di cose vecchie e nuove. Da questo tour verranno estratti un doppio LP registrato nel settembre del 1979 al County Bowl di Santa Barbara ed un film diretto dalla stessa Joni Mitchell.

Da un punto di vista strettamente personale, invece, la mia marcia di avvicinamento al jazz iniziò nei primi anni ottanta. Spinto e guidato da amici competenti in materia, intrapresi un percorso traballante e povero di soddisfazioni che mi riportava sempre al punto di partenza: agli Yes, a ELP e a tutto il rock da cui ero partito. Ma in questo girovagare qualche nome l’avevo memorizzato e pure un minimo apprezzato, se non altro da un punto di vista prettamente strumentale. E poi di questa Mitchell tutti parlavano benissimo… insomma azzardai un rischioso investimento finanziario – il LP era doppio – e acquistai Shadows and Light.

La straordinaria bellezza di questo album è determinata da parecchi fattori: le capacità tecniche e la personalità del gruppo, la qualità delle canzoni, gli arrangiamenti, il carisma della leader. La band si può fantasiosamente dividere in due tronconi: da una parte Metheny e Mays, sempre leggeri, eleganti, entrambi fortemente inclini al cesello. Dall’altra Pastorius e Brecker, ultra-tecnici, aggressivi e fluviali in ogni intervento. E in mezzo lei: la sua chitarra dalle strane accordature (il piano ormai è solo un ricordo) e la sua voce straordinariamente fascinosa. A differenza di quanto si possa immaginare, il gruppo al completo suona solo in due esplosivi pezzi. Nei restanti, i musicisti si alternano formando combinazioni sempre diverse e ingegnose. C’è ovviamente spazio per diversi soli (purtroppo l’assolo di Jaco venne tagliato per motivi contrattuali) ma quasi ovunque è la voce della Signora a ipnotizzare gli ascoltatori. In due pezzi è coinvolto anche un gruppo vocale, i Persuasions: nella struggente versione gospel del brano che dà il titolo al LP e in una scoppiettante cover di Why do fools fall in love di Frankie Lymon & The Teenagers. La scaletta è incentrata su brani recenti, quelli “post conversione al jazz”; ma anche quelli più vecchi beneficiano dei nuovi arrangiamenti e degli spunti individuali dei musicisti. Tranne Woodstock, brano leggendario scritto e reso famoso proprio da chi al festival aveva preferito non andarci, con cui la Signora del Laurel Canyon affronta completamente da sola il pubblico per un incantevole saluto finale; con questa ballata termina l’album, il concerto ed una intera fase della carriera di una artista mai e mai più così matura e vitale.

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