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Pubblicato il Dicembre 1st, 2016 | by Massimo Forni

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THE TRIP – Time of Change (1973)

Tracklist

Lato A
1. Rhapsodia

Lato B
1. Formula nova
2. De sensibus
3. Corale
4. Ad libitum


Personell
Arvid Andersen – basso, voce ● Furio Chirico – batteria ● Joe Vescovi – tastiere, voce


Forse mai vi fu un titolo più emblematico: Time of change, ossia “E’ tempo di cambiare”. E i Trip lo fanno davvero con coraggio…

Tutte le composizioni erano di Joe Vescovi, quindi la vena progressiva era prettamente sua, mentre i testi erano quasi tutti di Wegg. A me lasciavano ampia libertà di costruire la ritmica senza nessuna imposizione. Non esisteva un “fammi questa parte di batteria su questo” e via dicendo. Avevo molta libertà e mi lasciavano sperimentare molte cose personali. Non dovendo fare l’imitazione di nessuno, perché la musica era nuova, i Trip mi hanno aiutato molto a sviluppare il mio stile e la mia forte personalità nello strumento. Il mio apporto a livello ritmico era totale, ma a livello compositivo vero e proprio era nullo, a parte De sensibus, un pezzo di Time of change, che era mio, ma che firmò Vescovi perché io dovevo ancora dare l’esame di armonia e composizione per la SIAE a Roma. Il testo, che non esisteva, lo firmai io e la musica la firmò lui — FURIO CHIRICO

Siamo nel ‘73 e la band, dopo la pubblicazione di album validi e in linea con quanto espresso dall’ambiente musicale italiano, con un certo anticipo sui tempi opta per un discorso musicale diverso, fuori dai consueti canoni e difficile da assimilare, anche per un pubblico attento ed amante delle novità, come quello di allora. I Trip realizzano l’opera con la stessa formazione triangolare del disco precedente e precisamente: Joe Vescovi alla voce e alle tastiere, Arvid “Wegg” Andersen al basso e Furio Chirico alla batteria. L’album svetta per originalità, freschezza e ricchezza di ispirazione: alle consuete suggestioni classicheggianti si aggiungono corposi fraseggi jazzati e improvvisazioni rock-blues, che arricchiscono lo spessore musicale del disco. La parola d’ordine è sperimentare ed estendere i confini della contaminazione: ciò che costituisce l’essenza e il futuro della musica autenticamente progressiva. E’ l’estro virtuosistico, mai gratuito, di Vescovi ad illuminare il lavoro, ben supportato da un’efficacissima sezione ritmica. Per la prima volta il tastierista utilizza il sintetizzatore per simulare il suono di archi e flauto: avrà poi modo di chiarire di essere stato spinto a ciò solo da motivazioni di carattere economico e pratico. Come dicevamo, il musicista savonese si conferma quindi quale fervida mente creativa del gruppo. Bisogna, però, aggiungere che il precedente innesto nella formazione di Chirico, dotato di elevata tecnica e sensibilità musicale, si è rivelata arma sicuramente vincente.

La crisi del pop è acutissima in Inghilterra e ancor più problematica in America. In Italia la crisi è ben più grave perché non coinvolge moduli o tematiche musicali, ma viene direttamente dalla base e cioè dal pubblico, che non potrà mai essere un pubblico giusto, visto che è sostanzialmente ineducato sotto l’aspetto musicale e, tolta una minima frazione, è stato abituato da un’informazione piratesca a vedere la musica pop sotto il profilo di una moda continuamente da rinnovare — JOE VESCOVI

Entriamo nel dettaglio dei cinque brani, tutti di notevole intensità. Si comincia con Rhapsodia, che con i suoi venti minuti occupa l’intera prima facciata del vinile. L’inizio è avvolgente: un quieto e tenero momento di raccoglimento e, subito dopo, eleganti e sinuosi fraseggi jazzati, intervallati da brevi momenti cantati e passaggi pianistici, a volte lievi, altre volte impetuosi. La trama musicale si snoda poi in una progressione piena di fascino, scandita da linee melodiche che si immergono in un clima di gioiosa spensieratezza, ove domina un profondo senso di libertà. Il brano seguente, Formula nova, interamente strumentale, possiede una grande dinamicità e potenza ritmica. Passaggi brillanti, che si susseguono con notevole rapidità, in una tessitura musicale serrata, quasi nevrotica, carica di tensione e di pathos. Sinistri rintocchi di campane, rumori e gemiti di ogni sorta ci conducono poi al terzo pezzo, pure strumentale, De sensibus. E’ la composizione maggiormente sperimentale, davvero “sui generis”. Suoni misteriosi e minacciosi, in un clima di lugubre cupezza, ossessivamente spettrale. E’, quindi, il turno di Corale, introdotto da un tappeto armonico maestoso di un organo a canne, dal superbo impatto, che ci sospinge verso lidi più classici, ove sembra spirare un vento di fervida religiosità. Un lirismo carico di grande forza espressiva dona una sensazione di serena compiutezza, di un ritrovato equilibrio interiore. Sia all’inizio che alla fine l’organo e il basso sono protagonisti di episodi contrappuntistici, in un brano ove sono presenti anche episodi accordali, e dove pure il basso in alcuni momenti arpeggia le armonie. Chiude l’opera Ad libitum, dalla limpida trasparenza pianistica, un suggestivo incontro tra orientamenti classicheggianti e jazzati, in cui sembrano vibrare echi gershwiniani e di cool jazz. Il brano poi si sviluppa e si chiude con accenti più marcatamente rock-blues.

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Finisce l’album, ma termina anche l’avventura musicale dei Trip e ognuno prende la propria strada: alla svolta musicale si era accompagnata anche la scelta di una casa discografica nuova di zecca, la Trident di Maurizio Salvadori. Ma il successo commerciale non arrivò, anzi avvenne l’esatto contrario. Non c’è da meravigliarsene più di tanto: all’epoca le preferenze generali in Italia erano chiaramente orientate verso il progressivo di tipo romantico, sinfonico.

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