Isole

Pubblicato il aprile 11th, 2017 | by Paolo Carnelli

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Beppe Colombo (Pandora)

Solitamente i dieci dischi da isola deserta sono preceduti dalla breve presentazione del compilatore. Stavolta Beppe Colombo, fondatore e tastierista dei Pandora, ha pensato di parlare della sua storia: quale migliore presentazione?

Mi è stata data l’opportunità di raccontare ciò che mi ha fatto crescere musicalmente e quali sono stati i momenti e gli album che hanno segnato la mia vita e che porterei con me in un’isola deserta e ringrazio di questo…. Ma prima di tutto è doverosa da parte mia una premessa. Credo che dover restringere in pochi album tutto quello che è stato il pop-rock-prog per me sarà molto difficile. Ho vissuto per questo genere da sempre, adesso a 58 anni continuo a vivere per il pop-rock-prog e devo chiedere scusa a una vasta parte di album della mia collezione che non posso citare, purtroppo sono costretto a selezionare solo una parte di momenti e dischi importantissimi, ma di certo non dimenticherò mai cose come: Darwin e Io Sono Nato Libero del Banco, Photos of Ghosts e L’Isola di Niente della PFM, Uomo di Pezza e Felona e Sorona delle Orme, UT e Concerto Grosso dei New Trolls, album come Contaminazione del Rovescio della Medaglia e Vietato ai minori di anni 18 dei Jumbo, l’intera discografia dei Genesis, ELP, Yes, Pink Floyd, Jethro Tull, Marillion, Vdgg, Uriah Hepp, Black Sabbath, Deep Purple, Grand Funk, Tangerine Dream, John McLaughlin e Mahavishu Orchestra, Return to Forever e Chick Corea, Weather Report, il Grande maestro Frank Zappa, David Bowie, i Queen, Rolling Stones, Procol Harum, Camel, Reinassence, e vorrei aggiungere anche i Dream Theater del periodo Portnoy (che avevo scoperto quando vendevo dischi a Torino all’inizio degli anni 90), Pendragon, IQ, Ayreon e Arjen Lucassen che ritengo il più grande compositore degli ultimi vent’anni. Ovviamente, forse sembrerà un po’ scontato, ma non dimenticherò mai tutti i nostri lavori come Pandora. Infine non posso che scegliere i seguenti album e motivarli, non ho potuto fare diversamente visto che dovevano essere 10: il mio periodo musicale, cioè quello degli anni ‘70, sicuramente è stato il più ricco di composizioni e di grandissimi artisti, era talmente tutto magico e grande che non ci rendevamo conto di vivere tutto ciò, mi dico sempre e dico sempre a mio figlio che come li abbiamo vissuti, visti e ascoltati noi in quegli anni nessuno li potrà mai vedere e capire com’era veramente il momento e la grandezza compositiva, si può solo raccontare, ma l’essenza del pop di quegli anni, gli odori, gli amori, la musica e l’atmosfera erano racchiusi in quell’attimo durato 10 anni, difficilmente replicabile. Quando si girava con l’eskimo e il padellone sotto al braccio distinguendosi dal solito insignificante borghese democristiano oppure dai cremini figli dei borghesucci, quando ci si sedeva intorno ad un disco per ascoltarlo tutti insieme e una bottiglia di birra (perché si avevano pochi soldi) e si condivideva tra tutti l’essenza dei nostri sogni, immaginando cosa sarebbe stata la nostra vita, la società e la musica negli anni futuri, ognuno di noi spiegava le sensazioni avute durante l’ascolto e raccontava come avrebbe cambiato le cose, era un momento quasi religioso che ci teneva sempre uniti con gli ideali e la musica. Per chiudere, credo che il periodo andrebbe studiato nelle università per tramandare il bagaglio culturale alle future generazioni. La cultura dovrebbe avere un posto di rilievo superiore in questa società che ha perso i valori fondamentali di un popolo all’altezza di se stesso, ma questo è un altro capitolo. Info: www.pandoramusic.eu

GENESIS – Selling England By The Pound (1973)
Beh… il principe dei miei ascolti, ancora oggi ogni volta che poso la puntina sui suoi solchi scopro sempre qualcosa di nuovo. Mi ricordo che passavo le giornate a rimetterlo dall’inizio, finiva e ripartiva, e ancora oggi mi emoziona come la prima volta. È difficile spiegare il rapporto musicale intimo e intenso che c’era tra noi Italiani e i Genesis, li sentivamo nostri e vivevamo con loro quel momento surreale che quella musica riusciva a creare, soprattutto dal vivo. Li ho visti la prima volta a Genova, ero poco più che un ragazzino, ma l’amore verso Peter e compagni nacque immediatamente…

E.L.&P. – Brain Salad Surgery (1973)
Senza togliere niente agli album precedenti del trio, questo disco ha cambiato il modo di vedere la musica e di comporre per tutti noi. All’epoca ingiustamente criticato, è l’album che ha consacrato la maestosità e la grandezza delle composizioni degli EL&P (vedi la suite Karn Evil 9). I tre raggiungono dei livelli talmente alti che in quel periodo solo chi era veramente aperto alla loro musica poteva comprendere. Io ne rimasi scioccato, ogni volta che lo mettevo sul piatto era un disco nuovo, diverso, cambiava sempre e non si finiva mai di godersi quei passaggi e quel modo straordinario di suonare che risultava allo stesso tempo innovativo e di alta tecnica. Una montagna di note tutte da scoprire, un album che a distanza di anni ti lascia ancora il segno.

GENTLE GIANT – In a Glass House (1973)
Li ho visti per la prima volta nel mitico Palasport di Torino proprio in questo tour, li conoscevo poco e rimasi affascinato dalla grandezza di questa band. Dal vivo erano più straordinari che sul disco, anche se i loro dischi suonavano sempre molto bene qualitativamente, e in quel periodo era difficile trovare dei suoni belli come quelli dei Gentle Giant. Unici e fantastici, li ho rivisti l’anno dopo per il tour di The Power and The Glory, emozioni raddoppiate e amore incondizionato e devoto alla loro musica per sempre.

VAN DER GRAAF GENERATOR – Pawn Hearts (1971)
Oltre all’amicizia che mi lega al grande David Jackson, maestro di vita oltre che musicale, ho sempre definito Hammill il cantore dell’incubo. Affascinante e allo stesso momento oscuro. La loro musica è stata evolutiva oltre la ragione. In quel periodo questo disco rappresentava uno dei momenti più impegnativi per i miei ascolti, quel sax solenne imperioso e potente quasi suonato come un synth (e forse andava oltre al synth) era una cosa unica che li distingueva in modo totale, come anche le composizioni intrinseche ricche di fascino e creatività, senza dimenticare naturalmente la voce, che arrivava oltre ogni sensazione e che ancora oggi è senza tempo. In quel periodo girava il singolo dal titolo Theme One, che cercavo in ogni jukebox che incontravo. Il retro del 45 giri pubblicizzava la meravigliosa copertina di questo album, che nell’edizione Italiana LP al tempo non comprendeva il brano pubblicato come singolo. Sentivi il singolo e compravi il disco, ti si apriva un mondo completamente diverso tutto da scoprire e Theme One, anche essendo un gran brano di sicura presa, veniva sovrastato dalla bellezza e dalla concretezza dell’intero disco.

YES – Tales From Topographic Oceans (1973)
Ricordo il venerdi come giorno di uscita nella mia zona di Ciao2001, la nostra bibbia dell’informazione musicale all’epoca. Dopo gli echi passati di Fragile, Close to The Edge e Yessongs, leggo la notizia di un nuovo album degli Yes, quattro suite in quattro facciate diverse, praticamente un album doppio e una copertina che segnerà la storia del prog in futuro. Manna dal cielo per il sottoscritto che adorava le lunghe suite! Impongo a mio padre di portarmi in centro a Torino, all’epoca c’era un negozio di riferimento per noi tutti che si chiamava Maschio e che praticamente quando c’era un uscita importante addobbava le vetrine in modo fantastico, dedicandole esclusivamente al gruppo di riferimento, e ciò portava a fermarsi per delle mezz’ore a godertele. Tornando a noi… Comprato e di corsa a casa, album ascoltato senza mai stancarmi, quattro facciate una più bella dell’altra. Ancora oggi non capisco le critiche, ma se penso che criticavano Emerson per Tarkus e Karn Evil 9 è tutto detto. Un disco che mi ha letteralmente cambiato la visione della musica, gli Yes diedero lezione di come si presenta un disco. Musicalmente ineccepibile, e a mio giudizio l’assolo di Howe che ha segnato la storia del prog, e naturalmente la mia anima, si trova proprio qui, nel finale di Ritual. Ancora oggi questo è un disco che non smetterò mai di amare, un disco dal fascino unico in tutto e per tutto, lo ascolto sempre senza mai stancarmi.

JETHRO TULL – A Passion Play (1973)
Questo album, senza togliere nulla al predecessore Thick as a Brick, a mio parere è il lavoro più intrinseco e nello stesso momento più ricercato e complicato della loro storia. Quando lo ascolto sento ancora oggi cose che all’epoca erano inimmaginabili per l’ascoltatore medio. E’ un album divertente ed emozionante nello stesso momento. Me lo porto dietro perché non smetterei mai di ascoltarlo.

KING CRIMSON – Starless and Bible Black (1973)
Visti al Palasport di Torino nel 1973, quando Torino era la capitale dei concerti. Rimasi semplicemente affascinato da quella formazione, avevo sentito tutto in disco, ma dal vivo mai visti, erano semplicemente fantastici. Trovo che questo sia il loro lavoro migliore, in questo disco la band raggiunge livelli mai esplorati prima, una perfetta base ritmica tra basso e batteria che dal vivo mi aveva colpito tantissimo, Bruford e Wetton grandissimi!

LED ZEPPELIN – Physical Graffiti (1975)
Per il rock di quei tempi ho un amore particolare, soprattutto per i Led Zeppelin che fortunatamente sono riuscito a vedere due volte. Inutile raccontare che i primi quattro dischi della band sconvolsero il mondo, soprattutto il primo, ma mi porterei dietro questo capolavoro che rappresenta il momento più altro delle loro composizioni. Un album perfetto dall’inizio alla fine che racchiude tutta la musica Zeppeliana con un grandissimo J.Bonham alla batteria.

SANTANA – Lotus (1974)
Mi trovavo a casa di un mio cugino, c’era un mobile enorme attrezzato per la musica, com’era in uso negli anni 70, con un giradischi dentro. Curiosando all’interno trovai un disco con un leone in copertina che guardandolo bene si trasformava in molte altre cose. Incuriosito lo misi sul piatto e fui trasportato all’interno di un altro continente con tanto di sonorità tribali personalmente mai sentite prima, scandite da una fonte infinita di percussioni. L’hammond e la chitarra mi fecero letteralmente balzare dalla sedia, non avevo mai sentito il rock suonato in quel modo, forza ritmica e calore insieme. Ascoltai Soul Sacrifice almeno 20 volte nella stessa giornata, non riuscivano a staccarmi dal quel giradischi! Un ricordo bellissimo. Da lì iniziò la mia passione per Santana, e in questo caso vorrei portare con me Lotus perché racchiude la forza della sua musica che è stata in quel periodo soprattutto dal vivo, e perché forse aveva la sua migliore band di sempre oltre al fatto che riuscii a vederlo in quel tour al Palasport di Torino, sempre quando il pop era di casa. Ogni concerto di Santana che ho visto nella mia vita è stato sempre un’esperienza unica, ma in quel tour raggiunse dei livelli altissimi. L’album ha una scaletta perfetta, brani collegati quasi a voler comporre un album concept della sua storia, risuonando tutto al limite delle loro possibilità. Il disco (all’epoca triplo) rende perfettamente quello che succedeva sul palco in quel periodo, mi ritengo fortunato per aver visto Santana in quel tour.

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – Banco del Mutuo Soccorso (1972)
Negli anni Settanta regnava molta musica commerciale che non ho voglia di menzionare, ma quelli della mia età sicuramente sanno a chi mi riferisco. Io iniziavo le mie prime esperienze musicali serie, avevo scoperto i grandi già segnalati sopra, ma ero alla ricerca praticamente sempre di lunghi brani. Mi affascinavano le tastiere e le lunghe parti strumentali, la canzone, o canzonetta, in sé non mi dava nulla. Un giorno passo da casa di un mio caro amico (purtroppo scomparso in seguito molto giovane), nell’angolo della sala da pranzo c’era la televisione appoggiata in quei reggitv dell’epoca che sopra avevano il piano per la tv e sotto un ripiano per appoggiare altro, mi incuriosì una specie di salvadanaio enorme di cartone, chiesi al mio amico cosa era e mi disse che era un disco di sua sorella di un gruppo nuovo di Roma. Inutile dire che la mia curiosità mi prese d’assalto, chiesi di poterlo sentire… Rimasi sopraffatto da quel disco, affascinato per le lunghe suite piene di tastiere, musica strumentale e quella voce particolare, non me ne volevo staccare più. Da lì partì la mia passione per il Banco, porto con me questo disco perché racchiude il periodo della mia adolescenza musicale e i ricordi dell’epoca.

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