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Pubblicato il giugno 8th, 2017 | by DDG

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Outfit – Slowness (2015)

Tracklist

Lato A
1. New air
2. Slowness
3. Smart thing
4. Boy
5. Happy birthday
6. Wind or vertigo

Lato B
1. Genderless
2. Framed
3. On the water, on the way
4. Cold light home
5. Swam out

Etichetta Memphis Industries/LP

Durata 46’52”

Personell
Andrew PM Hunt (piano, vocals) ● Thomas Gorton (synth, vocals) ● David Berger (drums) ● Nicholas Hunt (guitar, trumpet) ● Chris Hutchinson (bass)

Compagni di palco e scuderia dei Dutch Uncles, i liverpooliani Outfit richiamano il gruppo di Marple anche per il tipo di ricerca, con i primi vicini a Everything Everything e math-poppers nella costruzione di canzoni pop basate su strutture intimamente complesse, e i secondi invece più propensi alla “rilassatezza” di parenti lontani come Sylvian (o lo Scott Walker che loro stessi citano), o di gruppi moderni che come loro mescolano elettronica e tradizione acustica (come i canadesi Darcys e Brasstronaut).

Di là da coordinate e collegamenti, SLOWNESS è uno stupendo disco pop, denso di pathos e della malinconia delle lontananze di cui canta, fatto di contrapposizioni sonore (il piano del frontman/compositore Andrew PM Hunt, e i droni synth di Thomas Gorton, le sezioni rarefatte alla Japan interrotte dal basso pulsante, a sua volta in opposizione a una batteria spesso metronomica e distaccata), laddove Dutch Uncles e altri usano contrasti di tempi e ritmiche: SLOWNESS cresce con gli ascolti, esaltando anche nei testi l’importanza dell’attenzione, dato che la bellezza non emerge sempre al primo sguardo (“Difficult to see at first glance/ the depth of a distance/ the width of a romance…”).

Prodotto e registrato in proprio (“per questione di soldi, per la flessibilità necessaria a far lavorare insieme persone che non vivevano nella stessa città, e per imparare” – Andrew), il disco ha il suono pop maturo delle opere migliori della Memphis Industries, come quelle dei Field Music: e di pop si tratta, anche se pianistico e “progressivo” (“Col primo disco abbiamo capito che non saremo mai un gruppo da radio; siamo troppo strani per essere una band da singoli, quindi abbiamo iniziato a lavorare su qualcosa di diverso” – Nicholas). 

New air definisce subito i confini: un loop irregolare di synth (“…che come nel terzo dei Portishead suona vivo, non sintetico: caldo, un po’ sbilenco, come potrebbero essere una voce o una chitarra…” – Andrew), con la linea vocale a costruire la canzone, finché la sezione ritmica incorpora il drone in una struttura wave più tradizionale. Il contrasto è nei territori esplorati anche da altri (da Radiohead a Bombay Bicycle Club), ma invece di generare inquietudine o energia viene utilizzato per creare le atmosfere calde degli Elbow “gabrieliani”. Slowness echeggia i China Crisis prodotti da Walter Becker, con la strofa aperta e il cambio di tono inatteso e malinconico del ritornello; Smart thing è scopertamente pop, quasi Dutch Uncles, mentre Boy vede il ritorno dell’intreccio tra piano e synth “sconnesso”, con l’eco di Japan, Darcys e Kate Bush che prosegue anche in Happy birthday e nella coda strumentale Wind or vertigo.

Il secondo lato del bellissimo vinile screziato bianco-azzurro si apre col loop di Genderless, brano compresso e breve, che introduce Framed, un singolo pop vero e proprio, piano e voce nello stile dei primi Fra Lippo Lippi  e rumori sintetici, che sfuma nella wave Brasstronaut di On the water, on the way. La chiusura è in linea con l’umore malinconico generale di un disco che parla di distanze e separazioni: Cold light home suona drammatica e intensa a dispetto della ritmica asciutta e sintetica, mentre Swam out è atmosferica e rassicurante, un raggio di luce che culmina in un crescendo rumoroso e caldo, con i suoni di Skype (il collegamento tra Andrew e sua moglie trasferita negli USA, e tra i componenti della band durante la preparazione di SLOWNESS) e la chiusa finale giocata tra frasi di synth e ritmica rilassata, tutto pienamente “normale” e pacificato.

Un disco che richiede più di un ascolto, che poco si adatta ai rapidissimi tempi correnti: riparlarne a quasi due anni dall’uscita è un modo per dare giustizia alle parole di Andrew Hunt e Thomas Gorton, perché è davvero “difficile accorgersi a prima vista della grandezza di un sentimento”.

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