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Pubblicato il Luglio 6th, 2017 | by Paolo Formichetti

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Fates Warning – Le origini del prog-metal

I Fates Warning nascono come metal band di classico maiden-style e si convertono sulla via di Damasco del progressive-metal solo al loro quarto album. Il (sotto)-genere, la cui nascita può essere associata a gruppi come Rush e Queensryche, vede proprio nei Fates Warning una delle band di maggior influenza, tanto che i Dream Theater stessi si dichiareranno a più riprese loro fan arrivando a citarli come una delle loro principali fonti di ispirazione. Purtroppo nonostante l’immensa classe e i numerosi capolavori realizzati, i Fates Warning rimangono, per qualche strano motivo, una tra le rock band che meno ha ottenuto, in termini di popolarità, in rapporto ai propri elevatissimi meriti artistici. In questa guida cercheremo di rendere merito al talento di questo gruppo analizzandone la discografia in studio, tralasciando live album, DVD e i numerosi progetti paralleli che hanno visto coinvolti i vari membri.




NIGHT ON BRÖCKEN (Metal Blade, 1984) – È l’album di esordio della band del Connecticut, nata dall’incontro tra il chitarrista e compositore Jim Matheos e il batterista Steve Zimmerman, e poi completata con gli innesti del bassista Joe DiBiase, del chitarrista Victor Arduini e del cantante John Arch. Il disco, mortificato da una copertina di inusuale bruttezza (che verrà infatti modificata nelle successive ristampe), si inserisce nel filone di un metal di stampo maideniano suonato con una tecnica che da subito si mostra di altissimo livello. Fin dall’esordio la band stupisce per la maturità che dimostra a tutti i livelli: tecnico, compositivo e realizzativo. Brani come Buried Alive, The Calling, o la title track non avrebbero sfigurato in nessuno dei primi album del celebre gruppo inglese padre della NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal) motivo per cui il disco risulta appetibile per gli appassionati di questo genere ma di interesse più moderato per i progster.




THE SPECTRE WITHIN (Metal Blade, 1985) – Il secondo album mostra un deciso miglioramento già a partire dagli aspetti iconografici. Il logo viene modificato e la spettrale figura che campeggia in copertina è realizzata decisamente meglio rispetto al disegno amatoriale che illustrava il precedente lavoro. Le cose migliorano anche a livello compositivo e, pur rimanendo l’impronta maideniana, i brani si complicano grazie a cambi di tempo e arrangiamenti complessi, un po’ come facevano all’epoca i Maiden stessi in canzoni come The Rhyme Of The Ancient Mariner. Decisamente apprezzabili brani come Pirates Of The Underground, The Apparition o la lunghissima Epitaph, ma il disco potrebbe non riscontrare il pieno favore dei progster complice anche il timbro vocale del pur bravo John Arch, che rimane spesso e volentieri fisso su tonalità da screamer.




AWAKEN THE GUARDIAN (Metal Blade, 1986) – Il terzo lavoro segna la prima defezione a livello di formazione: il chitarrista Victor Arduini lascia infatti il gruppo e viene degnamente sostituito dal bravissimo Frank Aresti. Il nome della band inizia a circolare e il tour di supporto a questo disco li vede ampliare il raggio d’azione, seppur ancora limitato ai soli Stati Uniti. Una copertina ancora semi-amatoriale racchiude una selezione di brani che mostrano ulteriori passi avanti a livello di songwriting. Tra arpeggi melodici e riff pesanti ancora in pieno maiden-style, Matheos riesce riesce a piazzare qua e là sprazzi di originalità, come nella linea vocale orientaleggiante che irrompe a metà della bella opener The Sorceress. Si prosegue sulla stessa falsariga, con Fata Morgana a guadagnarsi forse la palma di miglior brano del disco, dominato comunque dalle tonalità altissime di John Arch, che alla lunga tendono un po’ ad annoiare l’ascoltatore più incline al prog che al metal classico.




NO EXIT (Metal Blade, 1988) – Con questo disco i Fates Warning segnano un’importante svolta della loro carriera, innanzitutto a livello di line up, visto che sostituiscono un cantante di classico stampo metal come John Arch con il più versatile ed espressivo Ray Alder. La presenza del nuovo elemento, capace di “strillare” quando serve ma proprietario comunque di una più ampia tavolozza tonale, influenza pesantemente Jim Matheos, da sempre principale compositore delle trame musicali del gruppo, e lo incoraggia ad un cambiamento stilistico che comunque era già nell’aria. Le influenze maideniane che avevano principalmente caratterizzato i precedenti tre lavori cedono infatti il passo a una marcata componente prog che in passato era emersa solo sporadicamente. Esemplificativa di ciò è soprattutto la monumentale suite posta in chiusura di disco, The Ivory Gates Of Dream, che con i suoi 22 minuti di durata occupava l’intera B side del vinile originale. Il brano è un emozionante susseguirsi di cambi di tempo, riff potenti alternati a brevi aperture acustiche, melodie vocali cangianti, ghiotta anticipazione di quelli che saranno i futuri capolavori della band. Anche il resto del disco si mantiene tuttavia su ottimi livelli, con le bellissime Silent Cries e In A Word a contendersi il secondo gradino del podio. Unica nota stonata di un ottimo lavoro, un artwork piuttosto anonimo e per nulla adeguato al suo valore artistico. Da segnalare infine il lunghissimo tour (ben 55 date) che portò la band in giro per gli Stati Uniti.




PERFECT SIMMETRY (Metal Blade, 1989) – Se la mutazione stilistica operata dalla band può essere fatta coincidere con la pubblicazione di NO EXIT, è con questo lavoro che le cose si spingono ancora un po’ più oltre e il cambiamento diviene veramente radicale. Parte del merito va al nuovo fantasioso batterista, Mark Zonder, anche se non vanno sottovalutati i contributi di due musicisti ospiti: il violinista Faith Fraeoli e il raffinato tastierista Kevin Moore, che in quello stesso anno avrebbe esordito discograficamente con i Dream Theater. Part Of The Machine è un’opener stupenda, energica e ricca di azzeccati cambi di tempo, mentre nella successiva Through Different Eyes le ricche tessiture strumentali si sposano alla perfezione con linee vocali orecchiabili e un ritornello di sicura presa, che la trasformerà in un classico del repertorio live. Tale folgorante inizio è paradigmatico di un disco-capolavoro che traccia dopo traccia non mostra un attimo di cedimento. Brillano come gemme la ballad acustica Chasing Time, caratterizzata da uno struggente solo di violino, e At Fates Hand, in cui chitarra acustica e violino introducono una dolce linea melodica quasi sussurrata da Alder, che cede poi il passo a una lunghissima parte strumentale ricca di inventiva. Il gran finale del disco è affidato a Nothing left to say, un altro brano cangiante che si destreggia sinuoso tra intricate ritmiche prog, aperture acustiche e travolgenti cavalcate maideniane. Da segnalare infine il deciso passo avanti compiuto a livello iconografico grazie alla collaborazione con Hugh Syme, talentuoso artista già attivo con i Rush e decine di altre band in ambito rock/heavy: un artwork abbastanza cupo, sicuramente in linea con i contenuti musicali e testuali non certo improntati alla solarità e alla spensieratezza. Da segnalare infine che la band, dopo una ventina di concerti  negli States, affiancò i Manowar come gruppo spalla per un breve tour europeo (7 date tra Germania, Olanda e Danimarca). L’anno successivo alla pubblicazione del disco le cosa andarono ancora meglio grazie al connubio con i Sanctuary, con i quali la band effettuò un tour di quasi 50 date negli Stati Uniti e 15 in Europa.




PARALLELS (Metal Blade, 1991) – Il cambio di rotta operato verso più articolate sonorità progressive prosegue in questo nuovo lavoro graziato ancora una volta dallo splendido artwork di Hugh Syme e reso tecnicamente perfetto grazie alle sapienti mani (e orecchie) del genio del mixer Terry Brown, in passato fidato collaboratore dei Rush. Al contrario di molte delle band che negli anni seguenti avrebbero inflazionato il campo del progressive metal, i Fates Warning continuano con il loro stile personalissimo, scegliendo di non puntare tutto su uno sterile sfoggio di tecnica esasperata che probabilmente sarebbe anche nel loro bagaglio tecnico. La loro attenzione si rivolge pertanto principalmente a realizzare un perfetto connubio tra una costruzione tecnico-armonica dei brani  impeccabile e fantasiosa e linee vocali melodiche ed orecchiabili che tuttavia non risultano mai banali nè rendono il prodotto finale sfacciatamente commerciale. Anche i miglioramenti a livello di intesa personale sono evidenti: la voce di Alder si mostra sempre più duttile disco dopo disco, le chitarre di Matheos e Aresti interagiscono perfettamente scambiandosi i ruoli tra arpeggi melodici, riff energici e assoli sempre ispirati, mentre sulla sezione ritmica ogni commento è superfluo tanto risulta coesa e granitica. Leave The Past BehindLife In Still Water (con la special guest James LaBrie dei Dream Theater) aprono il disco in maniera dirompente e fanno da introduzione ad una vera e propria successione di perle tra le quali la toccante We Only Say Goodbye e la malinconica ballad The Road Goes On Forever sono alcune delle più preziose. L’uscita del disco fu seguita da un tour promozionale di 35 date con un’ unica puntata europea al Wacken Open Air Festival in Germania.




INSIDE OUT (Metal Blade, 1994) – Mentre il fenomeno Dream Theater esplode a livello mondiale con i due album capolavoro IMAGES AND WORDS (1992) e AWAKE (1993), i Fates Warning, forti di una line up immutata ed affiatatissima rispondono registrando l’ipotetico terzo capitolo di una splendida trilogia. Poi accompagnano come gruppo spalla i Dream Theater, loro grandi estimatori, in un lungo tour negli Stati Uniti ed in Europa. È forse uno dei punti più alti della carriera della band che riesce ad esibirsi in ben 27 date europee tra le quali quella indimenticabile del 6 marzo 1995 al Teatro Palladium di Roma, primo concerto nel nostro paese, e quella del giorno dopo a Milano. Il disco riceve una calorosa accoglienza in quanto mix perfetto tra elementi progressivi, riscontrabili soprattutto nella raffinatezza degli arrangiamenti, e una ricerca di spunti e soluzioni melodiche sempre più accattivanti che fanno sembrare semplici dei brani che, nonostante la struttura strofa-ritornello sono in realtà ad altissimo tasso tecnico. Tracce come Outside Looking In, Pale Fire, Shelter Me, Down To The Wire, Face The Fear lasciano stupito l’ascoltatore per l’immediatezza con la quale rimangono impressi in mente, ma se ascoltati attentamente mostrano la classe cristallina della band a livello armonico oltre che melodico. Island In The Stream e Afterglow sono ballad accattivanti che addolciscono le rocciose canzoni citate prima, ma il vero e proprio capolavoro del disco è rappresentato da Monument, che in poco più di sei minuti mostra una sezione ritmica in stato di grazia, una linea melodica vincente ed un dialogo solistico tra Aresti e Matheos veramente da manuale. Il disco, nonostante il successo di pubblico e critica, segna una rottura delle dinamiche interne portando alla amichevole fuoriuscita dalla band del chitarrista Frank Aresti e del bassista Joe DiBiase, unico membro fondatore rimasto assieme a Jim Matheos.




A PLEASANT SHADE OF GREY (Metal Blade, 1997) – A Tredici anni dall’esordio discografico arriva il capolavoro definitivo della band. La formazione, perduti Aresti e DiBiase, vede l’innesto dell’ex-Armored Saint Joey Vera al basso e la collaborazione dell’ex-Dream Theater Kevin Moore alle tastiere. Jim Matheos, rimasto unico chitarrista della band, si fa carico di ritmica e solista e dal punto di vista compositivo si sente libero di lasciare a briglia sciolta i suoi istinti più progressivi. La bella e oscura cover ospita infatti una track list di 12 brani, distinti semplicemente da numeri romani, che all’ascolto si rivelano essere le sezioni in cui è suddivisa un’unica suite di quasi un’ora di durata. Impossibile descrivere un brano così lungo, complesso e variegato, qualitativamente di un altro pianeta rispetto alla pur bella suite The Ivory Gates Of Dream che aveva rappresentato il battesimo del fuoco della band con composizioni di ampissima durata. Qui la carne al fuoco è davvero tanta: arpeggi di chitarre su tappeti tastieristici su cui la carezzevole voce di Alder ricama dolci melodie, sezioni strumentali furiose su tempi dispari con fitti dialoghi tra chitarre distorte e synth che non possono non ricordare i migliori Dream Theater, elettronica sparsa qui e là in dosi omeopatiche ma frutto di scelte ponderate e di gran gusto, un drumming che mostra ancora una volta come Zonder non abbia nulla da invidiare a Mike Pornoy o Neal Peart. I nuovi innesti si rivelano il fiore all’occhiello della band: Vera al basso mostra un’intesa perfetta con i compagni e Kevin Moore è semplicemente immenso sia quando su trame complesse e cerebrali sceglie di inserire un delicato pianoforte al posto di un sintetizzatore, sia quando si scatena in straordinari intrecci strumentali. Da manuale, infine, l’operato di Ray Alder la cui prova sublime mostra in maniera definitiva quanto bella e duttile sappia essere la sua voce.




DISCONNECTED (Metal Blade, 2000) – A PLEASANT SHADE OF GRAY viene accolto in maniera entusiasta dalla stampa specializzata e dai fan tanto che la band intraprende un lungo tour promozionale con 25 date in Europa, divise in tre tranche (con puntate a Milano e Biella), e 42 negli Stati Uniti. Da tale tour viene anche tratto il doppio cd dal vivo STILL LIFE, che contiene una splendida versione live del recente concept album. Sull’onda di tale successo non è facile mettersi a tavolino e ricominciare a scrivere musica, ma Matheos ha ormai assunto il ruolo di mastermind del gruppo e non si perde d’animo realizzando un lavoro di ottimo livello, degno erede del precedente capolavoro. Una copertina straniante, con un uomo e una donna che cercano di baciarsi pur indossando delle maschere antigas, racchiude 7 pezzi alla realizzazione dei quali collabora, purtroppo per l’ultima volta, quel geniaccio di Kevin Moore. L’opera dell’ex-Dream Theater, seppur limitata agli arrangiamenti, è fondamentale per plasmare il suono tecnologico e creare le atmosfere raggelanti del disco. Suoni elettronici e inquietanti di synth introducono infatti le splendide One e So, i pezzi più immediati dell’album, orecchiabili ma non banali, un po’ sulla falsariga di molti dei brani più catchy di INSIDE OUT. Il connubio tra le architetture chitarristiche di Matheos e le tastiere di Moore si fa sempre più avvincente col procedere dei brani: Something For Nothing sembra un pezzo dei Tangerine Dream rivestito di metallo pesante, mentre Still Remains è una sorta di archetipo della perfetta suite prog metal. Conclude il disco un piccolo gioiellino minimalista, l’ipnotica e straniante Disconnected pt. 2, che richiama alla mente le atmosfere del capolavoro dreamtheateriano Space Dye-vest (non a caso composto al tempo dal solo Moore). Dopo la pubblicazione del disco i Fates Warning iniziano una fitta attività live esibendosi negli USA prima per 26 date a supporto dei Savatage e poi per altre 32 con con Dream Theater e Queensryche. Quest’ultimo tour viene portato avanti quasi esclusivamente con l’ex-Spock’s Beard Nick D’Virgilio alla batteria al posto di Mark Zonder.




FWX (Metal Blade, 2004) – Il decimo lavoro della band prende vita non esattamente sotto i migliori auspici dato che segna la fine delle collaborazioni con Kevin Moore, che lascia il gruppo per fondare gli O.S.I. assieme a Portnoy e allo stesso Matheos, e con il geniale tecnico del suono Terry Brown che tanto aveva contribuito a plasmare il sound della band. Le registrazioni vedono inoltre arrivare al capolinea anche il rapporto col batterista Mark Zonder che infatti lascerà la band proprio dopo la pubblicazione di FWX. La defezione di Moore è in ogni caso il colpo peggiore che la band deve sopportare. Il disco infatti, privo della meravigliosa alchimia che caratterizzava il connubio Matheos-Moore, si trascina svogliato, senza geniali guizzi compositivi da parte del chitarrista e senza il gusto sopraffino negli arrangiamenti che il fenomenale tastierista aveva portato nei due precedenti lavori. I brani sono quasi tutti un po’ piatti, caratterizzati da linee vocali anonime e arrangiamenti che sanno di compitino svolto senza la giusta verve e passione. Si elevano al di sopra di una media piuttosto bassina la sola, bellissima, Another Perfect Day e la conclusiva Wish che probabilmente con l’apporto di Moore sarebbe diventata un capolavoro.




DARKNESS IN A DIFFERENT LIGHT (Inside Out, 2013) – Negli anni successivi alla pubblicazione di FWX si assiste alla moltiplicazione dei progetti paralleli esterni alla band. In particolare Matheos continua a lavorare con gli O.S.I. e pubblica un disco con l’ex cantante della band John Arch, mentre Ray Alder, che già in passato aveva lavorato con gli Engine, si unisce ai Redemption con i quali realizza vari lavori in studio e dal vivo. I Fates Warning si riuniscono solo sporadicamente per intraprendere brevi tour in Usa ed Europa, prima con Nick D’Virgilio alla batteria e successivamente col nuovo batterista ufficiale Bobby Jarzombek. Nel corso di questi tour si affianca agli ex compagni anche il chitarrista Frank Aresti che in pratica finisce per rientrare in pianta stabile nel gruppo per la gioia dei fan più nostalgici. Finalmente, dopo ben nove anni di assenza dagli studi di registrazione, grazie anche al nuovo contratto con la Inside Out, la band realizza il suo undicesimo disco in studio. Il lavoro si presenta, come al solito, professionale e impeccabile dal punto di vista tecnico, racchiuso in una cover semplice ma efficace. Purtroppo i nove anni di attesa non sembrano aver portato particolari innovazioni a livello di songwriting nè guizzi particolari negli arrangiamenti (campo in cui Kevin Moore aveva realmente fatto la differenza in passato). Ancora una volta la sensazione è quella di un disco realizzato con tanto mestiere ma con un’ispirazione che non è più quella dei tempi d’oro. A brani un po’ anonimi e senz’anima come Desire, I Am o anche la dimenticabile ballad Lighthouse, si alternano piccole perle come Firefly, orecchiabile nella linea melodica e complessa al punto giusto, la struggente e purtroppo brevissima Falling, o la particolare O Chloroform. Fortunatamente il disco si conclude con un capolavoro che contribuisce in maniera determinante a posizionarlo qualche gradino sopra il precedente scialbo FWX. And Yet It Moves è infatti la zampata finale che il vecchio leone del prog-metal Matheos sferra per dimostrare di avere ancora qualcosa da insegnare alle mille band che inflazionano il genere. Nei suoi quattordici minuti di durata la suite alterna intro medievaleggianti, riff pesanti, assoli intrecciati e taglienti, cambi di tempo straordinari, aperture acustiche e un gran senso della melodia che riportano i fan ai tempi d’oro della band.




THEORIES OF FLIGHT (Inside Out, 2016) – Il sodalizio con la Inside Out sembra donare nuova linfa vitale alla band, che non solo si dedica a un lungo tour per promuovere DARKNESS IN A DIFFERENT LIGHT in Europa e negli Stati Uniti ma riesce anche a trovare il tempo di chiudersi in sala di registrazione per realizzare il dodicesimo album in studio a soli tre anni di distanza dal precedente. Una cover bella e abbastanza originale racchiude otto tracce nelle quali come sempre la band mette il proprio virtuosismo al servizio della costruzione armonica e melodica dei brani evitando l’esibizionismo solistico fine a se stesso che caratterizza tante band dedite al prog metal. Il tipico stile FW si manifesta fin dall’opener From The Rooftops, potente e melodica al tempo stesso e impreziosita da uno splendido solo di Frank Aresti, che purtroppo torna a collaborare con la band solo in veste di ospite e non più di membro effettivo. Il disco prosegue alternando brani catchy (Seven Star, SOS, White Flag) che rimandano ai tempi gloriosi di INSIDE OUT, e riuscitissime suite (The Light And Shade Of Things,  The Ghost Of Home) che seppur non all’altezza dei capolavori del passato mostrano una band in ottimo stato di forma. Il finale del disco è affidato alla title track, breve gemma strumentale onirica e malinconica caratterizzata da splendide melodie di chitarra elettrica ed acustica.

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