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Pubblicato il agosto 2nd, 2017 | by DDG

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SCHISM (Tool, 2001)

Lo so che i pezzi combaciano, perché li ho guardati mentre cadevano.
Il rapporto che va in frantumi dentro Schism, il silenzio gelido che atrofizza ogni risonanza tra quelli che dovrebbero essere amanti, o forse fratelli, amici, chissà, è dolorosamente presente in ogni passaggio della canzone, densa come tutte le composizioni della maturità del quartetto californiano prog-metal-rock-??? (Robert Fripp: i Tool influenzati dai King Crimson? Beh, oggi direi piuttosto il contrario…), un gruppo che, a dispetto di una complessità trasparente, ancora oggi riempie gli stadi statunitensi.

“Nei gruppi dove l’autore è uno solo non riesci a sentire i contrasti fra personalità che portano la musica a un livello più alto. Certe volte, l’esperienza di sentire dove abbiamo portato, scontrandoci, l’idea da cui eravamo partiti nelle prove è davvero scioccante. Ma questi sacrifici pagano, come capita in tutti i tipi di relazioni, perché fanno crescere. Scrivere un pezzo per noi non è ‘divertente’: è un processo faticoso, lungo, frustrante. Anche se dannatamente appagante.” La sintesi del processo creativo fatta dal chitarrista Adam Jones spiega la concentrazione di idee nei 6’ 45’’ della canzone, estesi quasi a 8’ nell’inquietante video diretto proprio da lui. E forse il video può essere la summa di tanti aspetti del pensiero Tool e oltre: l’indefinibilità del genere, l’intensità di ciò che viene trasmesso, il disagio che impedisce l’indifferenza, la tecnica e la dinamica, tutti concetti passibili e bisognosi di doppia lettura, rispetto alla musica, alla comunicazione, a tutto quanto, perché non basta un’attenzione frettolosa, e senza lo scambio e l’impegno non esiste nulla.

Rimettere insieme i pezzi, riscoprire la comunicazione. Trovare la bellezza nella dissonanza.
Difficile dire qualcosa di Schism che non sia già dentro la canzone. Le distorsioni dei messaggi, i pensieri che diventano paranoie, le idee che escono dal nostro cervello e si trasformano in tormenti apparentemente esterni, come i mostri nel video: ci ho rimuginato abbastanza da capire quanto è pericoloso ripensarci. La comunicazione trasforma i due (i tanti) in uno solo: al contrario, la confusione diventa dolore, e l’acme della canzone non arriva nel ruggito frustrato e ripetuto di Maynard Keenan, che sa che le cose si potrebbero aggiustare, ma nella chiusura improvvisa che paralizza la frenetica doppia cassa di Danny Carey e le nervose frasi di basso di Justin Chancellor. Nel silenzio che cala di colpo, ognuno di noi sceglierà quale ricordo fissare, la porta che si sbatte o il nuovo inizio, lo stop repentino o la pacificazione di quei pochi secondi finali di quasi normalità rock.

La capacità del gruppo di gestire i tempi e i volumi, di arrivare a dei pianissimo così sonori da rendere i forte assordanti (e i fortissimo semplicemente inattesi e inconcepibili – ma stanno davvero urlando così tanto? Ma siamo noi, quelli che si gridano in faccia?), echeggia le parole, che non ritroverete nella confezione del disco, perché la musica e la lettura impegnano parti diverse del cervello, trascrivere i testi distorcerebbe la fruizione: tutto quanto è meditato, intenzionale, deciso, e siccome viene da quattro personalità forti, anziché da un singolo genio, il territorio dove ci ritroviamo è in pieno conflitto, molto lontano dalla pacificazione del pop. E la discografia dei Tool necessaria è quindi naturalmente breve – AENIMA (1996), LATERALUS (2001), 10.000 DAYS (2006): tra l’uno e l’altro anni, e dopo l’ultimo oltre un decennio di concerti e silenzio. Forse, il processo di creazione è stato davvero troppo doloroso: la luce che alimentava il nostro fuoco ha bruciato una voragine tra di noi. Ma si spera ancora in un ritorno.
Io lo so, che i pezzi combaciano.



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