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Pubblicato il agosto 4th, 2017 | by Vincenzo Giorgio

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Nebelnest – Zepto (2006)

Tracklist
1. Pillars of Birth
2. Manjnuns
3. The Old Ones
4. The Thing in the Walls
5. Fabric of Reality
6. De Thriumpho Naturae
7. Do What Thou Wilt
8. Station 9

Etichetta Cuneiform/CD

Durata 46’08”

Personell
Michaël Anselmi (drums, percussion) ● Grégory Tejedor (bass) ● Olivier Tejedor (keyboards, devices, ocarina ,violin) ● Sébastien Carmona (guitar on 1, 3, 6) ● Cyril Malderez (guitar on 2, 4, 5, 7) ● Vincent Bouzefa (clarine)

A quattro anni dal controverso NOVAEXPRESS ecco un nuovo capitolo di NeBeLNeST, band transalpina sempre più attratta dal gusto “noire” per il “pasticcio alchemico”. Infatti il gruppo non cambia rotta proseguendo in quella che potremmo definire ‘The Punk Side of King Crimoson”. Nessuna tregua, né pietà da parte del trio francese tutto intento a dissezionare le parti più abrasive di Red del Re Cremisi contaminandole con il Vander più gotico, (discutibili) sonorità analogiche, guizzanti ipotesi di rock-jazz, occhieggiamenti al noise, a certa Contemporanea (l’incipit di De Thriumpo Naturae potrebbe ricordare brandelli di Georgy Ligeti) e, soprattutto, massicce dosi di energia post-punk. Un suono piuttosto compatto e denso anche se, sovente, monolitico e povero di dinamica. Insomma, così come è capitato nei due album precedenti, l’impressione è di un buon potenziale creativo non sempre focalizzato appieno. Così, delude un poco constatare come l’elettronica iniziale di Pillars of Birt (che lasciava intravedere sviluppi ben più esoterici) si lasci piegare da una sorta di “retorica prog” solo a tratti irrigata da disturbi fosforici. È un gioco che si ripete anche in Majnuns così come in The Old Ones nonostante il Medio Oriente delle prime battute avesse lasciato presagire differenti sviluppi. Probabilmente il brano più interessante è Fabric of Reality, dove la ricerca materica prende decisamente il sopravvento lasciandosi avviluppare da una feconda elettronica orientaleggiante. Insomma, è proprio quando Anselmi & Co. decidono di trasformarsi in “contadini del silenzio” che le cose migliorano assai, come nel deflagrante delirio di Do What Thou Wilt o nella ribollente orgia finale di Station 9. C’è da augurarsi che sia questo il loro futuro cammino.

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