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Pubblicato il agosto 7th, 2017 | by DDG

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Andrea Laszlo De Simone: le complicazioni della naturalezza

UOMO DONNA, del trentunenne musicista torinese Andrea Laszlo De Simone, è uno dei dischi italiani più significativi di quest’anno, un’opera che continua a crescere di ascolto in ascolto: l’originale miscela di stili e influenze nella sua dozzina di canzoni ha causato una proliferazione di riferimenti nelle numerosissime recensioni, in un arco di nomi che va da Modugno ai Verdena ai Radiohead, passando per autori prog, psichedelici, pop e rock distanti decenni tra di loro.
Al telefono dal mare, Andrea è positivo e appassionato come il suo disco, con i tratti ironici, che già trasparivano in alcuni testi, evidenziati dal contesto rilassato: sulla questione delle influenze, il suo punto di vista è chiaro. “Beh, Modugno almeno è un riferimento confermato, non come ispirazione volontaria, ma lo conosco e mi piace moltissimo. Battiato anche lo conosco bene, è uno dei più grandi che abbiamo avuto in questo paese, ce l’ho dentro, ha un modo di fare musica particolare che mi piace moltissimo. Sono fortunato, perché io ho una pessima memoria, però evidentemente mantengo discrete capacità di assorbimento della realtà che mi circonda, per cui non mi ricordo, non mi sono mai posto il problema se una canzone somiglia a qualcosa… è tutto istintivo, ho un approccio empirico, immagino che si percepisca!”

E quindi, sono tutte influenze inconsapevoli, elementi presi da ascolti antichi e recenti che hanno lasciato tracce, piuttosto che riferimenti espliciti. “Beh, se qualcuno mi fa delle considerazioni, dato che la cerchia è quella ristretta degli appassionati di musica, sicuramente ne sanno più di me e hanno ragione loro… e del resto, se mi nomini I giardini di marzo o Cosa sono le nuvole, parliamo di capolavori! Per le cose più vicine, mi ricordo sicuramente anche le canzoni dei Verdena, che a livello musicale hanno fatto delle cose ottime, soprattutto in registrazione e dal vivo, o di Iosonouncane.”

Nessun calcolo modaiolo, comunque, sicuramente: suono, durata, stile, è tutto personale, come i baffi, che fanno tanto hipster, e invece rimandano a tutt’altro. “Ci sono tanti motivi per cui una cosa può sembrare un’altra cosa: un senza tetto accanto ad un hipster (o come li chiamano) passerebbe assolutamente inosservato… e io per la verità credo di essere proprio un senza tetto che è stato scambiato per un hipster: tutti mi paragonano a qualcuno o agli anni ‘70 come se io fossi ispirato da quel periodo!! Ma non è assolutamente vero! È casuale! E per via del processo empirico con cui registro, per il fatto che gioco molto: anche i miei baffi (tratto tipico della mia famiglia) vengono sempre scambiati per un elemento di moda retrò, ma in realtà si tratta solo di un tipico baffo da pescatore del sud… e io sono un erede di quello, non della musica anni 70! Ma ognuno vede quello che vuole, unisce i suoi puntini, ed è giusto così: ogni cosa ha tante verità quanti sono i punti di vista…”

La naturalezza dell’opera nasce sicuramente dalla rilassatezza dell’approccio, professionale nei risultati, piuttosto che nelle strategie. “Fare musica è il mio antistress, in partenza stavo facendo il disco per fatti miei, è il tennis della domenica, non è l’ambizione. Quando ho incontrato Emiliano Colasanti e Giacomo Fiorenza della 42 Records non riuscivo nemmeno a capire perché volessero fare il CD, era inquietante pensare che l’antistress potesse diventare un lavoro, e quindi un altro stress. E però a pelle ci siamo trovati, ho visto delle persone che mi somigliavano… e ho cambiato idea. E adesso ho scoperto che anche fare i concerti mi piace molto. Anche se non posso togliere troppo tempo a mio figlio, resta un hobby, magari diventerà un lavoro e si dovranno fare delle scelte… ma per il momento non c’è competizione.” Tutta passione, quindi. “Fare il musicista, non essendo proprio un lavoro, vuol dire comunque persone che fanno cose molto diverse, con percorsi e obiettivi diversi: e che ci mettono tutti molto di sé… ”

La profondità delle composizioni del lungo CD (oltre 77’), che è di fatto il vero esordio dell’autore, ha le radici negli anni di lavoro creativo che lo hanno preceduto. “Ho cominciato a suonare con mio fratello Matteo, che canta con i Nadar Solo, lo accompagnavo alla batteria, da buon fratello minore: ma scrivo canzoni da quando ero bambino, avrò 400 pezzi da parte, e quando abbiamo messo su la band (che ora è la mia famiglia…), per registrare quelle che poi sono finite nel disco, ne abbiamo selezionate una quarantina. E poi, lavorandoci siamo arrivati a prendere quelle migliori, e ne ho dovute anche togliere un sacco per farlo entrare nel CD… io infatti sento dei buchi nella trama, anche se il senso di catarsi generale che volevo raggiungere è rispettato.”

Dietro il suono compresso e la struttura articolata c’è proprio l’approccio empirico e istintivo, che a guardarlo da un’altra angolazione potrebbe sembrare psichedelico o progressivo, ma arriva di fatto in maniera naturale, da tutt’altri percorsi. “Il disco volevo farlo da solo in casa. Poi è capitato che un fonico, Giuseppe Lo Bue, ha sentito ECCE HOMO, il disco che avevo stampato in poche copie per gli amici, ed è venuto su da Bologna con un camion di strumentazione per provare a registrarmi meglio. Mi sembrava un parco giochi, ma mi sono messo al lavoro senza sapere bene cosa fare, perché la mia ambizione era quella di far suonare tutto come a casa: le uniche cose che avevo deciso all’inizio erano di tenere tutte le canzoni attaccate, e di registrare la base in presa diretta, perché era il vantaggio principale di avere una band, poter sporcare un po’ il suono, l’atmosfera. Sei mesi dopo ho ripreso in mano le registrazioni, ed erano agli antipodi di quello che volevo, sembravano un demo iperperfezionista e anonimo… Volevo rifare tutto da capo con il mio registratorino, poi mi sono incaponito e ci ho lavorato: ma alla fine non mi piaceva lo stesso. Quindi ho ripassato tutte le tracce (una media di 80 per canzone!) su nastro, aggiungendo un elemento di complicazione delirante… per risincronizzare tutto ci ho messo un sacco di tempo, ma alla fine siamo arrivati al suono che avevo in testa. Un processo assolutamente empirico e lungo: ma alla fine, se ci ho messo così tanto è proprio perché non pensavo di ‘doverci’ mettere di meno!”

I video sono parte del background professionale di Andrea, che ha lavorato nel cinema con Marco Tullio Giordana e altri registi: la sua visione rispetto al linguaggio visivo si applica perfettamente anche alla musica. “Il video di Uomo Donna è incentrato sul fare avanti e indietro con uno zoom: è semplice e naif, volendo, ma credo che debbano bastare tre o quattro elementi per generare un senso evocativo, come per le canzoni: quando usi troppe parole, alla fine chi ascolta non ha spazio di interpretazione, e invece per me la musica è molto nell’immedesimazione, quando senti una cosa devi poter immaginare quello che vuoi, deve poterti appartenere. Bisogna saper raccontare, ma lasciando tantissimo spazio.” E però, il video di La guerra dei baci, che cita scopertamente Warhol, sembra riportare il discorso sul passato, le influenze e tutto il resto: ma allora, questi anni ’60 e ’70 ci sono dentro o no? “OK, quella è un’idea di Emiliano della 42 Records: ma era troppo bella per non farla, ho pensato, e quando mi ricapita di fare 5’ di limonata per lavoro?”

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