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Pubblicato il agosto 16th, 2017 | by DDG

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Steven Wilson – To the bone (2017)

Tracklist

1. To The Bone
2. Nowhere Now
3. Pariah
4. The Same Asylum As Before
5. Refuge
6. Permanating
7. Blank Tapes
8. People Who Eat Darkness
9. Song of I
10. Detonation
11. Song of Unborn

Etichetta  Caroline International

Durata 59 46”

Personell
Steven Wilson (guitars, vocals, production) ● David Kollar (guitars) ● Mark Feltham (harmonica) ● Nick Beggs (bass, Chapman stick) ● Jeremy Stacey (drums) ● Craig Blundell (drums) ● Ninet Tayeb (vocals, background vocals) ● Adam Holzman (keyboards) ● Sophie Hunger (vocals)

Raggiunte con THE RAVEN THAT REFUSED TO SING le vette della ricerca progressive post-Porcupine Tree, Steven Wilson si era apparentemente preso un periodo di pausa: all’interlocutorio HAND. CANNOT. ERASE. e al dichiaratamente marginale 4 ½, aveva fatto seguire l’inatteso rientro nei Blackfield, dove aveva fornito un supporto meno defilato del solito al pop dell’amico israeliano Aviv Geffen. Questo ultimo passaggio, che poteva essere interpretato come la certificazione di una vacanza, sembra oggi invece la prima casella del nuovo percorso intrapreso dal musicista inglese: TO THE BONE è un disco ispirato e spesso gioioso, che riparte da dove i Porcupine Tree di IN ABSENTIA e DEADWING avevano scelto di intraprendere una via più sperimentale. Wilson sviluppa le intuizioni pop già presenti in quei dischi in canzoni che, come dichiara lo stesso autore, prendono ispirazione da quelle degli anni ’80 degli artisti progressive a lui più cari, come il Peter Gabriel di SO, riferimento visibile per molte delle scelte, esplicitamente citato in più passaggi dell’opera, ma anche i Genesis di DUKE, gli Yes di Does it really happen? e tanto altro prog-pop dell’epoca, scendendo negli anni fino a quell’ormai lontano SUNSETS ON EMPIRE di Fish  che nel 1997 rappresentò per Wilson un primo salto significativo.

Dietro ogni passaggio di Wilson ci sono scelte e riflessioni, e stavolta l’obiettivo viene dichiarato scopertamente, anche nei lanci di stampa, insolitamente vivaci: ci si allontana dalla paranoia, per abbracciare la gioia della vitaun disco per tutta la famiglia! E se il bell’omaggio alla ELO della canzone più allegra che io abbia mai scrittoPermanating (col suo balletto bollywoodiano, molto lontano dalle inquietudini degli altri video diretti da Lasse Hoyle), aveva spiazzato qualcuno, la qualità delle composizioni e la compattezza del resto della scaletta convincono pienamente. Dai due potenziali singoli in apertura, To the bone e Nowhere now (nella prima è accreditato come coautore addirittura Andy Partridge, che ha contribuito con delle dritte su testo e missaggio: nessuna eco pop XTC, ma sono comunque i primi pezzi a restare in testa) ai più malinconici duetti di Pariah e Song of I, dalla delicata Blank tapes alla tirata People who eat darkness fino alla toccante chiusura di Song of unborn (dove gli echi Porcupine Tree sono più forti), non ci sono cali di ispirazione, e anche le due code della campana apparentemente ai limiti del quadro, la citata Permanating e gli oltre 9’ della cavalcata di Detonation hanno senso nel disegno complessivo. Un’altra vetta, e in una regione differente: il viaggio di Steven Wilson è ricominciato.

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