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Pubblicato il settembre 11th, 2017 | by Paolo Carnelli

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MATTHEW PARMENTER – Roma, Auditorium Lo Sciamano, 31/8/17

La sommersità. Un concerto come quello di Matthew Parmenter all’auditorium Lo Sciamano di Roma merita bene la temerarietà di un neologismo per cercare di catturarne le sensazioni più profonde. Dove l’immensità si raggiunge attraverso la contemplazione e l’estasi mistica, la sommersità è quell’onda emotiva che travolge e lascia una scia indelebile nello spettatore, incapace di padroneggiarla ma solo di abbandonarsi alla sua forza per poi lasciarsi sommergere. Come in un portento, l’arte nella sua forma più pura si reincarna davanti ai nostri occhi, priva di qualsiasi filtro o sovrastruttura: Antonin Artaud avrebbe sicuramente apprezzato, così come Jerzy Grotowski. Parmenter, novello Cieślak, non ha paura di prestare il fianco alla sofferenza e di mettersi a nudo, pur di arrivare a offrire la visione più intima e autentica del suo essere uomo e artista: scava nelle paure, nelle nebbie, nelle tempeste che agitano la sua mente geniale e restituisce mini sinfonie spettrali.

In oltre novanta minuti di spettacolo, in gran parte spesi dietro il maestoso Bechstein a coda del 1878 custodito amorevolmente dal patron de Lo Sciamano, Fabio Sigismondi, il leader dei Discipline ha snocciolato canzoni a braccio, scegliendo di volta in volta da un mucchio di fogli quale brano eseguire: ben rappresentato in particolare l’ultimo lavoro solista, ALL OUR YESTERDAYS (2016) con cinque estratti, ma non sono mancati anche pezzi completamente inediti o provenienti dalla discografia della band, come le inaspettate e straordinarie SystemsInto the Storm part 1 Crutches, mentre America è rimasta purtroppo confinata al soundcheck pomeridiano. E proprio dall’ultima nota del soundcheck è iniziata la lunga preparazione dell’artista americano verso il suo spettacolo: due ore e mezza di isolamento totale, catartico, nel caldo torrido e quasi insostenibile di una serata fin troppo estiva. I cinquanta fedelissimi, curiosi, intrepidi che hanno deciso di dargli fiducia, sono stati ripagati con una meraviglia del possibile, un castello nel cielo. Il caratteristico makeup bianco e nero si è dissolto quasi subito, l’impeto della performance, avviata dalla lugubre In the Dark, no.

Nella breve parte del set alla chitarra acustica, il tempo è sembrato riavvolgersi e ricondurci all’inizio degli anni 70, quando un artista inglese di nome Peter Hammill muoveva i primi passi come solista esibendosi nel nostro paese davanti a poche decine di persone. Il cerchio si chiude, Matthew Parmenter è giustamente osannato e richiamato sul palco: la struggente Between Me and the End, forse il brano più emblematico dell’artista di Detroit, è il degno coronamento di una serata che sarà difficile dimenticare. (foto Federico Sigismondi)

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