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Pubblicato il settembre 14th, 2017 | by DDG

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Peter von Poehl: sinfonie tascabili per gli amanti del pop moderno

…tutto bene! Possiamo parlare inglese? (in italiano, ndr) Conosco un po’ di italiano, sai, ho lavorato a un film italiano, Pericle il Nero, e all’inizio potevo parlare solo con Riccardo Scamarcio, lui sa l’inglese e conosce bene la musica, poi per poter comunicare meglio col regista, Stefano Mordini, ho preso qualche lezione di italiano, e ho anche imparato a fare le penne all’arrabbiata… ma preferisco ancora comunicare in inglese!

Peter Von Poehl è rilassato e amichevole come ci si immaginerebbe dal calore dei suoi dischi di pop moderno: come dice la biografia nel suo sito, è un “fantastico cantautore, un arrangiatore raffinato e un chitarrista creativo”, arrivato a Parigi come studente in uno scambio tra università, e presto assunto come turnista e “arrangiatore di casa” in uno studio di registrazione, grazie al suo talento di “musical Zelig”, come si definisce. Dopo qualche anno come musicista professionista passato tra Svezia, Francia e Germania, la sua futura moglie (la cantautrice Marie Modiano) lo ha fatto tornare a Parigi: e nel 2006 ha finalmente pubblicato GOING TO WHERE THE TEA-TREES ARE, iniziando una brillante carriera come solista, che lo ha reso popolare in tutta Europa.

  

Difficile trovare definizioni e coordinate per il tuo appassionato “pop da camera”: PET SOUNDS, forse, Steely Dan e Blue Nile,  Bacharach…
Sono contento di tutti questi riferimenti, stai nominando i grandi della storia della musica! Credo che per quello che mi riguarda, le canzoni sono sempre basate su questo tipo di influenze – il formato pop dei 3 minuti, gli arrangiamenti orchestrali, l’approccio che avevano al suono… Ho letto da qualche parte una definizione tipo “sinfonie tascabili”, credo sia davvero carina, una buona descrizione di quello che faccio, forse!

A friend in need is a friend indeed
I’ll be the lines and lips you read
In silence, I’ll keep you company
For nothing in return

(Per friend)

Sinfonie tascabili… aggiungiamo alla lista anche i Field Music, allora?
Mi piacciono tantissimo, abbiamo fatto anche un concerto insieme a Londra, sono grandi!

Tu sei anche un autore (abbastanza prolifico) di colonne sonore per film e balletti: a giudicare dal tempo che passa tra i tuoi dischi solisti, sembra che lavorare sotto la pressione di committenti e scadenze ti risulti più semplice che metterti da solo a valutare le tue composizioni.
Il modo di lavorare nei due campi è molto differente, soprattutto quando devi lavorare sulle immagini: lì è tutto più facile, binario – funziona/non funziona, e te ne accorgi subito. Quando scrivo canzoni per me è molto più difficile valutare, è un processo lento, devo lasciare lì le cose per un po’, poi ritornarci sopra più volte, finché non scatta qualcosa, non solo in termini di musica, ma proprio di emozioni… è un processo molto meno razionale, mentre quando faccio le colonne sonore sono molto “scandinavo”, mando i nastri entro la data concordata, quando servono. Gli album solisti sono un vero lusso, posso prendermela comoda, ho accelerato solo la produzione del primo, dopo 10 anni come autore e produttore (e dopo aver cancellato un primo tentativo rimasto inedito, ndr)… dopo di che mi sono imbarcato in un tour che è durato fino al 2010; e lì ho capito che a questi ritmi poi sono frustrato dall’impossibilità di collaborare con altri, produrre, fare altri tipi di musica.

 

Quando ti sei trasferito a Parigi da studente, sei diventato rapidamente popolare come turnista e arrangiatore…
Sono veramente fortunato a essere fondamentalmente privo di un senso della personalità come musicista, sono una specie di Zelig della musica, un plagiario – in senso positivo! Si tratta di un’attitudine positiva, posso scrivere musica contemporanea o canzoni pop italiane anni ’60 come quella di Pericle il Nero: a quell’epoca, mi sono concentrato sullo scrivere per altri, e pensavo che non avrei composto mai una canzone per me, quale mai poteva essere il mio contributo? E invece, a un certo punto ho iniziato a scrivere testi e canzoni che mi arrivavano da qualche parte, in maniera cosciente o incosciente stavo scavando nelle mie memorie infantili, suoni come le canzoni natalizie che interpretavamo con la corale, o il deprimente suono della fanfara dell’Esercito della Salvezza che arrivava dalla strada… Tutto il primo album, GOING TO WHERE THE TEA-TREES ARE, viene dal tirare fuori ricordi e suoni dalle mie memorie.

So I sing about this great love,
I’d sure like to know,
but baby, I just have to go.
Because my train is calling
and it sounds just like applause

and I’m more into effects
than their cause.
(Travellers)

GOING TO WHERE THE TEA-TREES ARE (2006) è una collezione di canzoni meravigliose, con perle come Travellers; e The story of the impossibile è diventata rapidamente un successo, in Francia.
Pensa che in realtà non la volevamo nemmeno inserire nel disco, era una specie di demo registrato artigianalmente, eravamo solo io e il produttore, che ha registrato la parte di flauto… Mi piace quella canzone, e non sai mai cos’è che funzionerà e cosa no! Come dice Travellers, I’m more into effects than their cause

Il successivo MAYDAY (2010), aveva altre caratteristiche: addirittura un po’ di soul, con il manifesto d’apertura di Parliament.
Quando sono tornato in studio in Svezia, dopo anni di tour, sono stato guidato dalle esperienze e dalle influenze che avevo avuto suonando con altri musicisti, come mia moglie Marie Modiano, e anche dai testi che lei aveva scritto per una metà delle canzoni di MAYDAY… e quindi sì, c’era un feeling diverso.

E comunque, anche MAYDAY conteneva alcune “sinfonie tascabili” – Carrier pidgeon, Silent as gold, che preparavano la strada al disco successivo, che sarebbe arrivato dopo altri tre anni di silenzio discografico (…but a story needs to be told, and I prefer life silent as gold…), tra colonne sonore e collaborazioni sparse.
Nel 2010 mi sono dovuto prendere una pausa dalla carriera come solista, e tornare a collaborazioni e produzioni: a un certo punto ho ricevuto una proposta per un concerto con orchestra da realizzare a Bruxelles per un festival estivo che si sarebbe tenuto l’anno successivo, e ho pensato – hmmm! Un’ottima scusa per scrivere nuove canzoni e per collaborare col mio amico Martin Hederos, un arrangiatore per orchestra di Stoccolma… Dopo di che, per due anni siamo stati a sviluppare e orchestrare le canzoni, e alla fine le abbiamo registrate dal vivo, con tutti i musicisti nella stessa sala, che poi è il valore aggiunto di lavorare con un’orchestra: il disco è una specie di istantanea di quello che abbiamo fatto, sicuramente una maniera differente di incidere un album. Per dire, io cantavo e suonavo la chitarra contemporaneamente, insieme all’orchestra…

Comes Inertia, my faithful friend
An idle wind, a jubilant grin
From ear to ear

(Inertia)

L’esperimento è perfettamente riuscito, in effetti: BIG ISSUES PRINTED SMALL (2013) è una sorta di sinfonia, divisa nei movimenti di 10 grandi canzoni pop, tra l’energia di Lovers Leap e l’ironia di Twelve Twenty One, con i colori dell’orchestra rispecchiati nella bellissima copertina dipinta da Charlotte von Poehl (sorella di Peter). Il disco successivo, il recentissimo SYMPATHETIC MAGIC (2017), è effettivamente “un delicatissimo set di canzoni con organo, clarinetto, violoncello, oboe e fagotto che supportano con grazia delle melodie cristalline”, come recita il lancio di stampa.

L’approccio alla composizione sembra ritornare alle origini…
Ho composto tutte le canzoni sulla chitarra, o con le tastiere: ho ritrovato alcuni vecchi synth che non suonavo da quando ero adolescente, li ho portati nel mio piccolo studio a Parigi, ed è scattato qualcosa come nell’episodio delle Madeleines di Proust, ho riscoperto dei suoni antichi, che ho usato per i demo e poi ho lasciato anche nel disco…

Un’altra collezione di canzoni solide, come i primi singoli, Inertia e The Go-Between, che sono affiancati da “sinfonie tascabili” nello stile dell’autore, come Tired retainers. Un disco senza riempitivi, punteggiato qua e là da suoni elettronici inattesi, quelli dei vecchi synth che danno nuove sfumature agli spartiti orchestrali. 

E adesso, cosa farai?
Come detto, i dischi da solista per me sono un lusso, la carriera solista mi impegna al massimo per il 50% del tempo, il resto preferisco spenderlo in collaborazioni e produzioni, non voglio dover registrare le mie canzoni sotto pressioni o con scadenze di qualche tipo. E quindi, ora andrò in tour, e riprenderò le collaborazioni con altri artisti – musicisti, registi, coreografi… più sono diversi da me, meglio è! Per dire, il prossimo lavoro sarà la partitura per una produzione tedesca, musica per orchestra e flipper…

Intervista realizzata il 9 settembre 2017

   

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