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Pubblicato il settembre 17th, 2017 | by DDG

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FENSI (Fluxus, 2002)

Qualcuno è stato sgozzato, ma oramai gli sarà passato.
Il distacco, lo spaesamento, l’ironia, la sintesi. Se è vero che le parole delle canzoni sono più efficaci quando raccontano lasciando spazio, i flash dei Fluxus sono una delle migliori applicazioni del principio. Un mondo di spaghetti di soia. Vecchi senza testa che perdono il filo. L’impiegato che perde la testa litigando in mezzo alla strada. L’universo di Fensi è il nostro, visto con gli occhi della vittima seriale del video di Jonathan Glazer di pochi anni prima: subire senza capire o essere parte, prepararsi a resistere.

Il disco del maiale è il 154 del nostro rock anni ’90: come i Wire avevano costruito qualcosa di alieno e inimitabile sulle macerie del punk, i torinesi inventano un genere partendo dalle loro personali schegge di hardcore punk/noise/heavy metal, come snocciola Wikipedia, arrivando dove forse nessun altro sarebbe mai giunto. Ma niente enfasi, nessuna medaglia. Non ci sono santi, butta la tua statua giù e resta giù. E anche il crescendo della canzone libera senza salvare, l’invocazione e poi il mantra sono un’altra serie di stimoli di luce tra cui far passare le traiettorie di chi ascolta, come in A mutual friend. Distaccarsi e abbandonarsi, minimo dolore per chi scherza col fuoco: fidati dell’emozione che ti conduce.

Come il Brian dei Monty Python, gli spaghetti di soia dei Fluxus non indicano una strada, se non quella del dubbio dell’errore (trasformami!): potevano diventare la voce di una generazione, ma è difficile che un popolo segua chi risponde alla domanda con un’altra domanda. Dopo, invece di ascendere verso una qualche fama, sospesero le trasmissioni, tra progetti paralleli (Petrol, Maciunas) e lavori personali, fino all’atteso ritorno di NON SI SA DOVE METTERSI (2017), che cita un’altra mirabile eccezione della nostra musica.



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