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Pubblicato il settembre 20th, 2017 | by Paolo Formichetti

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Discipline – Captives of the Wine Dark Sea (2017)

Tracklist

1. The Body Yearns
2. Life Imitates Arts
3. S
4. Love Songs
5. Here There Is No Soul
6. The Roaring Game
7. Burn The Fire Upon The Rocks

Etichetta Laser’s Edge

Durata 45’32”

Personell

Matthew Parmenter (Vocals, keyboards, violin, rhythm and acoustic guitars, ebow, tambourine) ● Chris Herin (Lead and rhythm guitars) ● Mathew Kennedy (bass) ● Paul Dzendzel (drums)

Nonostante ai Discipline non sia mai mancato l’apprezzamento di un fedele pubblico di appassionati e quello della critica specializzata, il loro percorso in campo musicale è stato storicamente sempre un po’ accidentato. Fortunatamente le cose sono migliorate col tempo e gli ultimi mesi in particolare hanno portato alla band qualche soddisfazione in più rispetto al passato. Innanzitutto c’è da segnalare la pubblicazione del quarto lavoro in studio, CAPTIVES OF THE WINE DARK SEA, che segna l’inizio della collaborazione con l’etichetta Laser’s Edge dopo anni di autoproduzione. Il disco vede inoltre l’esordio in studio del chitarrista Chris Herin (già in forza ai Tiles e da tempo collaboratore dei Discipline in sede live) nonché il prezioso contributo del mago del mixer Terry Brown, a suo tempo produttore dei migliori lavori dei Rush. Passando ai contenuti musicali di questo nuovo disco, va subito evidenziata una particolarità: la data di composizione dei brani abbraccia un arco temporale di quasi 30 anni, andando dal 1989 al 2012. Parmenter ha pertanto deciso di continuare la meritoria opera iniziata con il precedente TO SHATTER ALL ACCORD: se in quel disco la band aveva inciso in studio tracce che da tempo facevano capolino nei live ed erano pertanto già ben note ai fan, in questo lavoro invece presenta per la prima volta canzoni di varie epoche altrettanto meritevoli di pubblicazione, ma che per vari motivi non avevano trovato spazio nelle scalette dei concerti, almeno non di quelli più recenti, ed erano pertanto quasi sconosciute ai più. Tra i brani contenuti nel disco spiccano sicuramente le due suite poste in apertura e chiusura del lavoro: la splendida e vandergraffiana The Body Yearns e la movimentata Burn the Fire Upon the Rocks, che non avrebbero sfigurato in nessuno dei precedenti capolavori della band. Di notevole livello è anche il “singolo” Life Imitates Art, presentato con tanto di videoclip e caratterizzato da un ossimorico mix di orecchiabilità e complessità. Graziosa la ballad Love Songs, anche se un po’ lontana dagli stilemi della band, mentre Here There Is No Soul, pur essendo stata composta nel 2012, sembra quasi una outtake del disco d’esordio, probabilmente a causa di una struttura piuttosto lineare. Completano l’album due strumentali di buon livello, S e The roaring game, ascoltando i quali si ha il solo rimpianto che non siano stati impreziositi dalla sempre straordinaria e ammaliante voce di Parmenter.

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