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Pubblicato il ottobre 26th, 2017 | by DDG

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Fluxus: di ritorno, senza un piano

Grazie al successo del progetto promosso su MusicRaiser, tra qualche settimana sarà possibile tornare ad ascoltare i torinesi Fluxus, autori di uno dei più importanti dischi del “nuovo rock italiano”, che quindici anni fa definì un genere e un’epoca: FLUXUS (o “il disco del maiale”) tradusse nel 2002 hardcore punk, noise ed heavy metal in una personalissima forma di canzone d’autore in italiano, caratterizzata da testi adulti e privi di autoindulgenza. Il ritorno era inatteso: le sparse esibizioni di questi ultimi anni non facevano presagire che le carriere parallele – avviate già all’epoca come video maker, grafici, artisti – potessero lasciare spazio alla creazione di nuova musica.

  

I Fluxus parlano da una sala prove a Torino dove sono alle prese con questioni elettriche, oltre che di produzione discografica: Franz Goria (voce e chitarra), Luca Pastore (chitarra basso), Roberto Rabellino (batteria) e Fabio Lombardo (chitarra), con NON SI SA DOVE METTERSI daranno un insperato seguito al “disco del maiale”, il loro capolavoro del 2002, e al fantasma mai materializzato di SATELLITI E MARZIANI, inciso e abbandonato nel 2005 prima di un lungo break.
Siamo un gruppo difficile, e abbiamo una certa età… a quel punto, nel 2005, ci eravamo resi conto che impegnarci, investire per portare avanti il discorso dei Fluxus era una cosa complicata. SATELLITI E MARZIANI era un esperimento, che si è esaurito nel farlo: era diverso dal “maiale”, e anche NON SI SA DOVE METTERSI sarà differente, più diretto, come le prime cose. Noi stessi cogliamo solo ora le analogie con i precedenti che sono venute fuori nel farlo così, spontaneamente, naturalmente: ci sono dentro rock’n’roll, punk puro, progressive, e anche gli errori… Il maiale venne più naturale, suonavamo da tanto, questo è nato così, dopo la lunga pausa, come una scoperta, una scommessa.

Domani potremo dirci cosa siamo stati a fare, in questa lunga notte che non è ancora finita e continua a girare
(Strana forma di vita)

Nel mezzo, uno stop che all’epoca sorprese gli appassionati: a fermarsi era una band rilevante, che con le 15.000 copie del poco conciliante PURA LANA VERGINE aveva segnato un’epoca e indicato, forse, una possibile strada.
Ci siamo fermati senza pianificarlo, anche se ne avevamo forse bisogno: facciamo le cose quando abbiamo qualcosa da dire, non abbiamo mai voluto fare tour per promuovere il disco, o il disco per “fare il disco nuovo”. Facendo un altro lavoro, potevamo scegliere, decidere.

PURA LANA VERGINE, con la sua personale declinazione in italiano delle influenze hardcore del gruppo, venne distribuito in un canale oggi occupato piuttosto da ristampe e cofanetti, quello delle edicole, grazie all’etichetta gestita da Il Manifesto, sinonimo all’epoca di “pura indipendenza, autoproduzione e selvaticità“.
Il Manifesto fu un’esperienza bellissima e importantissima per noi e per tanti altri gruppi dell’epoca, ci diede un ritorno in termini di visibilità, grazie alla distribuzione capillare nelle edicole: certo, né noi, né le altre band, come gli AK47, vedemmo del denaro, e comunque senza soldi siamo comunque sopravvissuti… Se nel raccontare i Fluxus di allora ne parliamo, è anche per spiegare che c’è stata un’epoca in cui anche con una musica come la nostra era possibile vendere 15.000 copie, cifre oggi incredibili. Se di NON SI SA DOVE METTERSI si vendessero 3.000 copie, corrisponderebbero alle 15.000 di allora. Oggi queste tirature le fa Emma Marrone, forse.

Stimoli di luce, sale fra le onde:
fidati dell’emozione
che ti conduce
Regole del gioco, senso delle cose:
minimo dolore
per chi scherza col fuoco
(Fensi)

Durante il break, Luca e Roberto hanno fondato i Maciunas con Giorgio Ciccarelli (Sux, Afterhours), mentre Franz ha inciso due dischi con Dan Solo (Marlene Kuntz) a firma Petrol.
Non ci siamo mai sciolti, per noi suonare è una necessità… e quindi nel mezzo ci sono stati degli incontri che hanno generato cose diverse da quelle che facevamo, i Petrol, i Maciunas… ma non è stata una cosa calcolata.

NON SI SA DOVE METTERSI cita nel titolo gli Stormy Six: e il “maiale” a suo modo fu l’AL VOLO dei Fluxus, per i testi di Luca e Franz che fissavano immagini nella memoria senza dover ricorrere a frasi a effetto, e per il ritorno all’introspezione dopo l’assalto sonoro di PURA LANA VERGINE.
Il “maiale” nacque in studio, suonato, arrivammo con dei riff, senza delle strutture, e in un arco di tempo abbastanza breve nacque così, spontaneo: i testi sono venuti fuori più introspettivi, alcuni sono da decifrare.

Il disco del ritorno riparte da lì, apparentemente.
I testi nuovi sembrano diretti, ma vanno interpretati, come quelli del “maiale”. Astratti, allucinati, fotografano bene il caos: abbiamo sempre fatto dischi solo quando pensavamo di poter avere qualche fotografia da mostrare, e la foto della realtà di questo momento, la cifra di questo tempo, da molti anni e per molti anni è il caos, la confusione.

Il suono che emerge dalle anticipazioni già pubblicate sembra invece quello diretto degli esordi, con le canzoni costruite in presa diretta su improvvisazioni poi strutturate e registrate dal vivo, come in PURA LANA VERGINE.
Il disco è pieno a livello gestuale di contraddizioni, di cose personali e generali, mentre PURA LANA VERGINE era più universale, chiaro, riferimenti precisi a Pasolini, Salinger, alle rivolte di massa… era un’osservazione, mentre questo nuovo è diretto, punk, con i testi che magari non portano da nessuna parte, con frasi singole che rappresentano la situazione, in un contesto di analogie e contraddizioni. NON SI SA DOVE METTERSI è viscerale, quadrato.

Lampade solari più potenti di Alpha Centauri che mi descrivono il vestito trasparente dell’attrice sulla cresta dell’onda, il sogno di milioni di italiani – che però non vanno mai al cinema
(Talidomide)

Il nuovo disco esce senza un’etichetta, grazie a uno strumento di “crowdfunding” e a una campagna promossa attraverso Facebook: i social network all’epoca di SATELLITI E MARZIANI neanche esistevano.
MusicRaiser ci ha permesso di fare quello che volevamo, e comunque non è che ci siano state proposte da case discografiche che ci potessero far cambiare idea: poi è venuta fuori naturalmente anche l’idea di produrre contenuti per la campagna via Facebook, per dire “ehi, siamo vivi!”, recuperando materiale dell’epoca, che il nostro vecchio sito ormai non esisteva più… E alla fine, la campagna Facebook è stata l’occasione per vedere se aveva senso fare il disco, non in termini economici, ma proprio di interesse: e lo stesso varrà per i concerti, ci piacerebbe portare il disco dal vivo, ma abbiamo la fortuna di non dover vivere di musica, di poter scegliere, se vale la pena possiamo farlo, se no non serve, magari faremo piuttosto un altro disco.

L’esperimento di finanziamento diffuso del progetto ha avuto successo, e tra qualche mese NON SI SA DOVE METTERSI uscirà sotto forma di vinile.
Anche il progetto MusicRaiser per noi non aveva tanto un senso economico, non serviva prioritariamente a finanziare il disco, quanto piuttosto a creare un rapporto diretto, a capire se ci fosse qualcuno interessato a sentire quello che avevamo da dire. Abbiamo creato un microcosmo, abbiamo identificato una comunità, a noi serviva quello. Volevamo testare se quello che abbiamo fatto prima e quello che vogliamo fare adesso ha un minimo di senso, se non ce l’ha è inutile farlo.

Muoviti è tempo di partire per cercare nuove terre calde
Viaggio senza sogni e senza meta, radiazione della mia cometa
(Stella dalle mille facce)

Ma oggi c’è qualcosa nell’Italia attuale che i Fluxus possano sentire vicino?
In giro in realtà c’è quasi tutto, qualsiasi incastro, suggestione, sfumatura, mix culturale, alto, basso, destra, sinistra, denuncia, introspezione, musiche di altre culture entrate ormai nella nostra. C’è della musica che ci piace, Fuzz Orchestra, Bologna Violenta, i Cani dei Portici, alcuni testi dello Stato Sociale… musica stupenda, di rottura, niente di mainstream, ma è sempre stato così. In effetti non seguiamo nessuna scena, qualcuno di noi compra un disco magari piuttosto per la copertina. Forse siamo più vicini a un ragazzino che canta la trap e dice le cose come stanno. Noi siamo rimasti nel folk urbano italiano e nel punk, raccontando storie con i suoni.

“Folk urbano” potrebbe far pensare a Gazebo Penguins e ad altri gruppi post-hardcore della generazione successiva ai Fluxus: ma loro restano altro.
Il nostro è un disco semplice, basato sulle nostre radici, senza voler stupire nessuno: un disco immediato, che è venuto fuori fluido, senza elucubrazioni o arrangiamenti particolari. Pensavamo che fosse un punto di vista che mancasse, non ci arriva tantissima roba così diretta, frontale: abbiamo sentito che potevamo fare un disco nuovo perché da parte nostra c’era in qualche modo l’esigenza di suonare, e forse in giro non c’era quello che noi ci sentiamo di rappresentare.

(Intervista realizzata il 24 ottobre 2017)

 

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