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Pubblicato il novembre 21st, 2017 | by Antonio De Sarno

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Wobbler – From Silence to Somewhere (2017)

Tracklist
1. From Silence to Somewhere
2. Rendered in Shades of Green
3. Fermented Hours
4. Foxlight

Etichetta Karisma Records/CD

Durata 46’33”

Personell
Lars Fredrik Frøislie (keyboards, backing vocals) ● Kristian Karl Hultgren (bass, bass clarinet, bass pedals) ● Martin Nordrum Kneppen (drums, percussion, recorder) ● Andreas Wettergreen Strømman Prestmo (vocals, guitar, glockenspiel, percussion) ● Geir Marius Bergom Halleland (lead guitar, backing vocals)

Il rischio era quello di produrre un disco identico al precedente RITES AT DAWN (del 2011), nel quale il gruppo di Oslo ha (finalmente) trovato un delicato equilibrio sonoro e compositivo che lo ha reso un grande protagonista della scena del prog sinfonico mondiale. Anche in questo nuovo lavoro, FROM SILENCE TO SOMEWHERE, gli ingredienti ci sono tutti, ma non si può ignorare che questo nuovo travagliatissimo parto (ben 5 anni di lavorazione) non sia, sotto sotto, solo una specie di TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS quarant’anni dopo, tanto è tangibile il suono Yessiano che emerge dal basso e mellotron di Kristian Karl Hultgren e Lars Fredrik Frøislie, nonché la voce cristallina di Andreas Wettergreen Strømman Prestmo che ci ricorda il canto tenorile del maestro del Lancashire e la sua passione per i testi mistici. Chi si aspetta innovazioni musicali, quindi, rimarrà deluso. Niente Post-Rock, Djent, Maths Core ecc ecc: qui rimaniamo ancorati saldamente all’epopea seventies dei gruppi capostipiti senza la ben minima concessione al presente. Il vintage è determinante.

Il disco? L’impetuosa apertura di From Silence to Somewhere, suite di 21 minuti, è infarcita di tutto quello che un fan del prog sinfonico potrebbe mai desiderare, ovvero atmosfere sognanti, cambi di tempo, temi che si rincorrono ed è quanto di meglio il gruppo abbia saputo realizzare finora. Appena due minuti di calma atmosfera mellotronica con Rendered in Shades of Green e si riparte a piena potenza con i dieci minuti di Fermented Houses, decisamente animato e con una curiosa parte recitata (anche bene) in italiano e ispirata all’Indovinello Veronese (il primo testo in volgare italiano) e alla “Teseida” di Boccaccio. Quasi un omaggio al paese che tanto progressive rock ha dato al mondo. Tutto il disco è, neanche a dirlo, un susseguirsi di riff e si fa fatica, anche perché i brani alla fine sono solo tre, a scegliere un brano più rappresentativo come fu In Orbit sul precedente. Forse per comodità si potrebbe scegliere la conclusiva Foxlight, che incanta nei suoi primi minuti con dei passaggi che sembrano figli di White Mountain, celebre brano del lontanissimo TRESPASS dei Genesis, per poi svilupparsi in una cavalcata estremamente coinvolgente e corale, con un kazoo che spunta fuori quando meno te lo aspetti! Fresco e con atmosfere quasi folk (Gryphon e altri), ottimamente cantato e suonato, ma questa non è certo una novità a questo punto. Nel complesso un disco splendido che ti immerge totalmente in un dolce mondo chiaroscurale, misterioso e, a volte, anche terrificante… ma tanto familiare agli amanti del prog ultrasinfonico.

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