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Pubblicato il gennaio 9th, 2018 | by Pierluigi Romagnoli

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Jonah Levine Collective – Attention Deficit (2017)

Tracklist

LATO A
1. False alarm
2. Qu’est-ce Que C’est
3. French Song Reprise
4. Time Will Tell
5. Rakia Nightmares

LATO B
1. Zootcase
2. Blue Whale Syndrome
3. Microverse Battery
4. Daydream By Desig
5. Transition
6. For free?

Etichetta World Galaxy/LP

Personell
Jonah Levine (trombone, piano in Microverse Battery) ● Emile Martinez (tromba) ● Jonathan Pinson (batteria) ● Owen Clapp (basso) ● Kiefer Shackelford (Piano)

Finalmente un disco jazz totale. Di totale soddisfazione, totale perché il collettivo che si è amalgamato attorno all’opera del giovane trombonista bianco Jonah Levine, e raccoglie musicisti che eccellono anche in altri ambiti musicali. La cosa non è affatto nuova, nuovo è l’entusiasmo e la voglia di cercarsi, di ritrovarsi e di suonare assieme che accomuna una intera generazione di musicisti della West Coast Americana.  Stavolta non è la Grande Mela a rappresentare la punta e la rappresentazione del “nuovo”.

Qui siamo a Los Angeles: For free? è, se ricordate, l’intermezzo di puro jazz in TO PIMP A BUTTERFLY di Kendrick Lamar, e qui lo (ri)assaporiamo estremamente ben fatto dai nostri ragazzi. Inoltre in Zootcase, Mind Design (Mndsgn) altrimenti conosciuto col nome vero di Ringgo Ancheta, aggiunge alcuni dei suoi “texture” tastieristici su un brano strumentale che sembra un inedito tratto dal lato D del meraviglioso Body Wash uscito l’anno scorso. In Rakia Nightmare il cantante indiano giovanissimo Aditya Prakash, impreziosisce con il suo “scat” in puro stile classico-indiano, un brano già molto bello di suo e con questo innesto aiuta a capire quanto ci sia ancora da scoprire sulle possibilità espressive della musica di quel paese orientale. Metricamente il brano poggia sul ritmo di una danza balcanica, del resto parliamo di un incubo dovuto al troppo alcool (Rakia).

Meritano inoltre un plauso le composizioni che rendono questo lavoro molto apprezzabile anche da chi il jazz lo mastica/apprezza pochissimo. L’uso del pianoforte a supporto di giri armonici con la struttura di song e non di blues, in stile arpeggiato, che ricorderà certa minimal-pop molto usato anche in ambito prog anni addietro. Questo fa si che immediatamente l’aria melodica del brano catturi la mente dell’ascoltatore, come in Microverse battery e Blue Whale Syndrome. Ma è dove i ritmi si sovrappongono e si frantumano, nella splendidamente sincopata Qu’est-Ce que c’est (The French Song) è qui che troviamo i “plus”, la voce di Laura Itandehui Velasco, sommata al trombone di Levine: i due cantano letteralmente e il giovane trombonista parte con un solo assolutamente intellegibile, cantabile e al contempo tecnicamente ineccepibile. Sui crescendo la voce raddoppiata della cantante fa da contrappunto in stile Canterbury e l’utilizzo della voce che fu proprietario di Norma Winstone e di Amanda Parson è stato più volte “litigato” dalle opposte fazioni rock-jazz di mezzo mondo. Comunque avrete capito che questo brano, col suo solo di batteria finale sull’ostinato di pianoforte è veramente nella migliore tradizione prog-jazz americana che si sta naturalmente fondendo con le cadenze hip-hop e le melodie pop-soul, altra fetta importante della cultura Afro-Americana.




La French Song rappresenta il punto centrale di questo disco e di questa new-generation di musicisti. Il reprise del brano è tutto incentrato su hip-hop, soul, afro-nujazz. Insomma non ci stiamo riempiendo di etichette come le valigie dei turisti anni ottanta. Siamo di fronte ad una nuova era del jazz. Fatto, ovviamente come sempre è stato per questa grande musica, di curiosa commistione e fusione con altri generi.

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