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Pubblicato il febbraio 1st, 2018 | by DDG

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STONEAGE DINOSAURS (Cardiacs, 1987)

All we feel is lonely, just like stoneage dinosaurs.
L’inglese di Tim Smith è complesso da tradurre, e a volte anche solo da comprendere: ma la chiusa del testo di Stoneage dinosaurs non lascia davvero spazi di interpretazione. Una canzone struggente, che commuove e non consola: il ricordo di un pomeriggio dell’infanzia, la TV o la radio con il fratello Jim (bassista dei Cardiacs), e il pensiero di quanto il crescere spezzi il filo delle nostre lame con la sua attenzione per le cose ordinarie.

I Cardiacs, ordinari, non lo sono stati mai.
E anche Stoneage dinosaurs, apparentemente rilassata e pari, nasconde abissi e irregolarità che la trasformano in qualcos’altro, un gorgo, un vortice emozionale. Il grido del soldato morente di qualche sceneggiato, riportatemi a casa, per un’ultima volta, la melodia che diventa un inno dove tanti soli non fanno un insieme, o lo stupendo assolo di sax di Sarah Cutts (all’epoca, Smith – moglie di Tim): ogni elemento della composizione è carico e intenso, molto più significante, pieno e studiato di quanto non sembri a un primo ascolto, tanto che anche il solo viene riproposto alla chitarra nota per nota da Jon Poole, nei concerti di fine ’90.

Ho inciso un brano di Tim per questo album tributo ed è una delle cose più difficili che abbia mai suonato: ho scelto una delle canzoni più facili che potevo dal suo repertorio, ed era ancora un rompicapo, è così intimamente intricata… Penso sia facile amare le canzoni di Tim Smith, ma è molto più difficile imitarle, per questo l’eredità della musica dei Cardiacs non è forte come meriterebbe. È perché è geniale — STEVEN WILSON

Il commento di Steven Wilson, che proprio di Stoneage dinosaurs ha registrato una rispettosa versione per l’album tributo LEADER OF THE STARRY SKIES (2014), sottolinea quanto la complessità che esplode dentro i brani più frenetici della band londinese pervada tutte le composizioni di Smith: e sempre Wilson spiega bene il tipo di legame tra gli appassionati e i Cardiacs. Chi si innamora del lavoro di Tim prova naturalmente a fare proseliti, perché è frustrante guardarsi intorno e vedere i Cardiacs quasi completamente ignorati, per lo meno dai media mainstream, a causa del loro oscillare tra due mondi musicali che convivono con difficoltà: chi ama la musica progressive odia l’estetica punk e chi ama l’indie rock o il punk rock alternativo pensa che prog significhi pretenziosità e pomposità… e Tim abbraccia in modo completo questi due mondi.

Una strana terra di mezzo tra i generi, dove le composizioni sono in grado di assorbire e trasmettere sensazioni profonde: come la dolorosa solitudine evocata qui fin dal cupo accordo di apertura, così intensa da essere paragonabile solo a quella di un fantomatico, ultimo dinosauro, arrivato chissà come fino all’età della pietra.



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