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Pubblicato il febbraio 18th, 2018 | by Lorenzo Barbagli

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Perfect Beings – Il percorso che porta alla perfezione

Chi salverà il prog? Un genere che da sempre si divide tra chi prende alla lettera la parola “progressive” e cerca una reale evoluzione al di fuori degli schemi e tra conservatori tradizionalisti. Da molti anni ormai sembra che il compito di mettere d’accordo entrambe le parti lo abbiano assolto i progster statunitensi Echolyn, Bent Knee, Advent, Bubblemath: i Perfect Beings rappresentano uno degli ultimi validi esempi da segnalare. Nati a Los Angeles nel 2012 dopo la dissoluzione dei Moth Vellum, hanno prodotto due album accolti molto bene dalla critica e in generale dalla comunità prog, rimanendo comunque una band di nicchia. Questo però è nulla in confronto alla potenzialità mostrata dal terzo album VIER (2018) che possiede tutte le caratteristiche dell’opera fondamentale e che può veramente proiettare i Perfect Beings verso una carriera di primo piano all’interno del progressive rock.

Il compositore e chitarrista di origini tedesche Johannes Luley fin dallo scioglimento dei suoi Moth Vellum, responsabili di un solo album omonimo molto amato nel circuito prog, ha cercato di formare un nuovo progetto musicale che lo soddisfacesse. L’occasione è arrivata grazie all’incontro con il cantante Ryan Hurtgen, che frequentava come cliente il suo studio di registrazione My Sonic Temple, e con il bassista Chris Tristram (Slash). A completare la formazione arrivarono il batterista Dicki Fliszar (Bruce Dickinson) e il tastierista Jesse Nason. Il quintetto completa quindi le registrazioni del primo album nel 2013 per esordire nel febbraio 2014.




PERFECT BEINGS (My Sonic Temple, 2014) Una volta si diceva che il progressive rock fosse una musica per pochi eletti. Ad ascoltare PERFECT BEINGS tale affermazione potrebbe essere smentita, dato che l’idea che sta alla base delle composizioni è quella di concedere molto spazio all’orecchiabilità e alla purezza delle melodie. Il debutto della band statunitense ha le carte in regola per conquistare anche i non esperti in materia, poiché non ostenta con forza passaggi strumentali virtuosi ed ipertrofici. Se da una parte le sonorità scelte si rifanno chiaramente al prog sinfonico di Yes e Genesis, allo stesso tempo i Perfect Beings propongono canzoni che strizzano l’occhio al pop rock, ai Beatles e alla ricchezza armonica dei Flower Kings, caratteristiche ben sintetizzate nel brano migliore del lotto, Walkabout. Il mastermind Luley ha raccolto attorno a sé musicisti esperti e il risultato si sente: lui si ritaglia delle parti chitarristiche timbricamente simili a quelle di Steve Howe, arricchendo i brani con gli stessi ricami barocchi, mentre il basso di Chris Tristram ricorda il tipico muggito di Chris Squire. PERFECT BEINGS è un concept album ispirato al romanzo di fantascienza TJ and Tosc di Suhail Rafidi e la musica trasmette bene l’atmosfera di un’ipotetica epopea spaziale. Molto funzionale, a tal proposito, il richiamo al sound delle vastità impalpabili degli Yes, evocato alla maniera dei Glass Hammer: chitarra slide e accordi di tastiere altisonanti. Ma i Perfect Being cercano di essere ancora più accessibili grazie a contaminazione da art pop che sfociano nella Electric Light Orchestra (Fictions), XTC (Removal of the Identity Chip) e Supertramp (Program Kid), aprendo sin dall’inizio con due tracce di immediata presa come The Canyon Hill e Helicopter. Il pregio dei Perfect Beings è quello di non cadere sotto il peso di tali derivazioni, ma di elaborarle per utilizzarle a proprio vantaggio senza correre il rischio di risultare prosaici.




II (My Sonic Temple, 2015) La semplicità del titolo è azzeccata: II sembra in tutto e per tutto una degna estensione delle idee del primo album. Ciò che prima era prog, ora è più prog e ciò che prima era pop assume toni ancor più variopinti. I riferimenti sonori, per quanto riguarda i singoli strumenti, rimangono i medesimi: se c’è un gruppo che sintetizza efficacemente un legame sonoro tra Pink Floyd e Yes questi sono i Perfect Beings. Mar del Fuego è una di quelle ouverture barocche con spezie esotiche in piena sintonia con la filosofia Yes, mentre la soave suite The Love Inside e la ballad Rivermaker cercano di raggiungere le vette incantate di GOING FOR THE ONE. Volcanic Streams, fratto idealmente in due parti, si snoda tra suggestioni mediorientali e sequenze floydiane, ma II aggiunge e anticipa quella trasversalità tra pop e jazz presente in un pezzo di gran spessore come The Yard, che si conclude in una bella jam che rievoca la chitarra di Pat Metheny. A tal proposito la dualità del titolo si rispecchia su come vengono strutturati alcuni brani: un altro esempio è Cause and Effect, caratterizzato da una frenetica intermissione che riporta direttamente al caos organizzato di RELAYER, mentre la notevole Go è una inaspettata quanto azzeccata sintesi tra il pop sperimentale di Peter Gabriel e le digressioni dei King Crimson.




VIER (InsideOut, 2018) …e poi rimasero in tre. Persa la sezione ritmica dopo le sessioni di II, Luley, Hurtgen e Nason decidono di affrontare il terzo opus discografico da soli, affidando le parti di batteria al membro esterno Ben Levin (solo un omonimo del chitarrista dei Bent Knee). Per la prima volta ad appoggiarli hanno un’etichetta autorevole come la InsideOut/Sony dietro le spalle. Il salto di qualità compiuto con VIER è impressionante, non solo per la mole dell’opera (un doppio album diviso in quattro suite), ma anche per la felice ispirazione che lo rende a tutti gli effetti e senza alcun dubbio il miglior lavoro pubblicato finora dai Perfect Beings. Il fatto che le suite siano a loro volta suddivise in sottotracce ne rende la fruizione meno ostica, ma comunque non altera la magniloquenza del progetto. Ogni frammento può quindi benissimo suonare autonomamente, permettendo in questo modo alla band di spaziare attraverso una varietà di stili in una ricognizione fatta di jazz, classica, elettronica avant-garde, metal e pop, ognuno utilizzato con parsimonia – in modo programmatico per ogni suite – così che non si possa circoscrivere il gruppo in uno di questi generi in particolare. Eppure non c’è ombra di dubbio che VIER possa essere catalogato all’interno del filone progressive rock sinfonico, molto spesso stanco e avaro di novità, e che  riesca a suonare in modo fresco e coinvolgente. Come un disco doppio che si rispetti contiene temi ricorrenti e rivisitati, ci sono naturalmente richiami ai Pink Floyd più patinati, bolsi sintetizzatori genesisiani, polifonie e chitarre alla Yes, ma è tutto rivestito in una chiave moderna dove Luley mette inequivocabilmente anche del suo. Tentare però di ricercare con dovizia ogni riferimento sonoro nei vari brani in questo caso è inutile oltre che fuori contesto, proprio perché è un’opera che non fa pesare tale aspetto nella propria economia sonora. Attualmente la formazione si è stabilizzata e allargata con l’arrivo dell’ex Cynic Sean Reinert alla batteria, Jason Lobell al basso e Brett McDonald al sax e al flauto.

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