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Pubblicato il marzo 4th, 2018 | by Antonio De Sarno

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PINK FLOYD LEGEND – Milano, Teatro degli Arcimboldi – 26/2/2018

Il Teatro degli Arcimboldi pieno all’inverosimile, per ascoltare un gruppo di cui nessuno tra il pubblico probabilmente conosceva un solo componente. Un gruppo rock di cinque elementi (Fabio, Paolo, Alessandro, Simone ed Emanuele), un sassofonista (Michele) tre coriste (Martina, Sonia e Giorgia) e un’orchestra con il direttore (Giovanni Cernicchiaro) più funky (e più fortunato!) del mondo che dirige ben sette cori tra cui la Corale Polifonica Città di Anzio (vi ricorda qualcosa? Pensataci bene…). Un quartetto d’archi, dieci suonatori di ottoni… E poi, dimenticavo, il repertorio. 

Immaginatevi l’incantesimo cosmico che è Shine On You Crazy Diamond, con le note che rimbalzano dalle pareti altissime del teatro fiore all’occhiello della nuova Milano e poi pensate a quello schermo circolare che irradiava i volti dei 2500 presenti. Un salto in avanti con uno dei momenti più riusciti dell’era Gilmour, la dinamica Learning To Fly, prima di rituffarci nella santa trinità formata da Time/The Great Gig In The Sky/Money. Il primo tempo prosegue con una bella selezione dei brani che tutti conosciamo a memoria, ma la grande rivincita della serata è tutta per quella enorme anomalia astorica che fu la suite di Atom Heart Mother, capace, dopo quasi cinquanta anni, di stupirci sempre per la sua perfetta simmetria e per le enormi potenzialità lisergiche di alcune sue parti (con tanto di video proiezioni di mucche stravaganti)!

Poi l’insegnante in stile Thomas Dolby a Berlino 1990 (interpretato dal divertentissimo Andrea Arnese), il maiale gonfiabile che sorvola il palco con la scritta “Kafka Rules ok”… insomma, tutte le trovate scenografiche necessarie per trasportarci all’interno di quella discografia così ricca e che oggi sembra provenire da un altro pianeta. Quindi, anche se ci siamo dovuti sorbire la famigerata Another Brick in The Wall, ne è valsa la pena per poterci godere una Atom Heart Mother con i controcazzi e la sequenza Southampton Dock/The Final Cut. Altri momenti emozionanti come mai prima sono stati una carichissima Bring The Boys Back Home (avendo a disposizione il coro sarebbe stato criminale non sfruttarlo!) e Summer ’68, un omaggio al mai troppo apprezzato Richard Wright, la cui scomparsa ha segnato davvero la fine della storia del gruppo.

Insomma, una serata Floydiana non si nega a nessuno, specie con il clima rigido di questi giorni. Un vero tuffo collettivo in una musica che, a questo punto, sembra davvero essere immortale. Chissà se tra i presenti di stasera c’era gente che oggi si trovava su barricate opposte negli scontri di piazza del pomeriggio? Chissà se davvero sarà la musica e quindi l’arte a salvarci… (foto Antonio De Sarno)

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