Cuore

Pubblicato il aprile 9th, 2018 | by Lorenzo Barbagli

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Mansun – Six (1998)

Tracklist

Part One
1. Six
2. Negative
3. Shotgun
4. Inverse Midas
5. Anti-Everything
6. Fall Out
7. Serotonin
8. Cancer

Interlude
9. Witness to a Murder (Part Two) (monologue performed by Tom Baker)

Part Two
10. Television
11. Special / Blown It (Delete as Appropriate)
12. Legacy
13. Being a Girl


Personell

Dominic Chad (lead guitar, piano, backing vocals, synthesizer) ● Stove King (bass) ● Andie Rathbone (drums) ● Paul Draper (vocals, guitars, piano, synthesizer, production)


In pochi riuscirono a vedere SIX per quello che era veramente – uno dei più ispirati, inventivi e migliori album degli anni ’90. I Radiohead lo riconobbero pubblicamente come ispirazione per i loro personali sforzi sperimentali e potete ascoltare i volteggi eclettici di SIX nella produzione di Mars Volta e Muse — Mark Beaumont

Ci vuole una certa dose di coraggio e di incoscienza per decidere con cognizione di lasciarsi precipitare dalla vetta più alta una volta che l’hai raggiunta. È praticamente ciò che fecero i Mansun con il loro secondo album SIX, pubblicato nel settembre 1998, dopo aver raggiunto il primo posto in classifica con l’esordio ATTACK OF THE GREY LANTERN (1997). Sbocciati all’apice del Britpop, scena musicale molto indulgente nei confronti del talento in un periodo in cui la stampa inglese bollava come “next big thing” ogni vagito discografico, i Mansun sembravano destinati a confondersi tra mille altre proposte come Kula Shaker, Suede, Pulp ed Elastica. I quattro di Chester scelsero invece la gloria eterna suicidandosi commercialmente (parole del cantante Paul Draper) con una mossa la quale, in modo parallelamente metaforico, li consegnò alla storia. A dire il vero il magnifico flop commerciale di SIX non fu neanche colpa del pubblico, impreparato ad accogliere la portata di quella bomba ad orologeria, non comprendendo ciò che gli era capitato tra le mani. La “colpa”, se così vogliamo definirla, era proprio di Paul Draper e soci, che si incaponirono in un’opera eclettica dai tratti schizofrenici e con una cover (a cura di Max Schindler) in pieno stile prog, carica di riferimenti letterari, veri o fittizi, che fungeva da preludio iconografico per gli argomenti trattati all’interno di ispiratissimi testi dal pessimismo adolescenziale ostentato (venivano citati il Marchese De Sade, Ron Hubbard, la serie TV “Il Prigioniero”, Winnie the Pooh e molto altro).

Non è sbagliato affermare che i settanta minuti di SIX siano il risultato di un attento taglia e cuci di idee solo abbozzate, oppure ultimate ma che avevano bisogno di maggior respiro. In tutto questo però si percepisce l’assoluta buona fede della band, che non vuole propinarci un ambizioso e scriteriato zibaldone di motivi prog, ma una prova di maturità artistica dove il prog inteso come tale non fa mai capolino. La genuinità è preservata dal protagonismo delle chitarre che mantengono comunque un legame basico con il rock e prova ne è anche la direzione concettuale delle liriche, piene zeppe di linee memorabili che hanno la capacità in una sola battuta di cogliere l’essenza dell’argomento. Ad ogni modo nel ’98 si intuiva già che il Britpop aveva i giorni contati, l’anno prima il successo di critica e pubblico di OK COMPUTER aveva alzato l’asticella delle ambizioni e infuso coraggio ad altri artisti per percorrere strade meno scontate di un orecchiabile ritornello radiofonico. E allora ecco i Mansun che nella loro irrequietezza tentano qualcosa di simile, ma con un approccio del tutto differente: SIX è un disordinato collage post punk-pop-prog che disintegra la sicurezza formale e la restituisce in miriadi di pezzetti. Il pop c’è, il rock pure, ma sono dissezionati in così tante particelle da far venire il capogiro: un Paranoid Android elevato all’ennesima potenza che li rese dei Mida alla rovescia, parafrasando il titolo della intermezzo per piano Inverse Midas.

Ma SIX ha un altro pregio nel suo osare, poiché se ritorniamo al paragone con OK COMPUTER e i suoi effetti si coglie una certa differenza tra “definire” e “prefigurare”. Se infatti quest’ultimo pose immediatamente delle direttive sulle quali in molti si sono poggiati successivamente, senza però progredire oltre quei parametri stilistici, a distanza di venti anni possiamo certificare che SIX è stato il precursore involontario di elementi che hanno dato nuovo slancio a certi dettami prog come il prog hardcore dei The Mars Volta (le evoluzioni di Negative e Cancer), le attuali deviazioni disarticolate e multipartite del math rock (Shotgun, Being a Girl) o il jigsaw pop degli Everything Everything (Anti Everything). SIX rimane un affresco coraggioso basato sull’accumulo che ha saputo prendersi i propri rischi e, ultimamente, anche un’inaspettata rivincita, dato che in molti lo stanno riscoprendo. Paul Draper, da qualche tempo ritornato sulle scene musicali come solista, ne sta preparando un’edizione speciale per il suo ventennale e non c’è momento migliore per testarne la sua “Eredità”. Anni dopo commentando Legacy, il singolo/simbolo dell’album che riflette sulla futilità della celebrità e della musica pop, Draper si chiedeva se era valsa la pena registrare un disco come SIX e quale sarebbe stato il ricordo dei Mansun. Diciamo che in entrambi i casi la risposta è senza alcun dubbio positiva.

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