Cuore

Pubblicato il maggio 22nd, 2018 | by Simone Ercole

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Robert Wyatt – Shleep (1997)

Tracklist

  1. Heaps Of Sheeps
  2. The Duchess
  3. Maryan
  4. Was A Friend
  5. Free Will And Testament
  6. September The Ninth
  7. Alien
  8. Out Of Season
  9. A Sunday In Madrid
  10. Blues In Bob Minor
  11. The Whole Point Of No Return

Etichetta Thisty Ear/CD

Durata 53’39”

Personell

Robert Wyatt (voice, keyboards, bass guitar, polish fiddle, trumpet, percussion, chorus) ● Gary Azukx (djembe) ● Alfreda Benge (voice of the apparition, corus) ● Philip Catherine (guitar) ● Brian Eno ( synthesiser, synthesiser bass, vocal chorus) ● Jamie Johnson (guitar, chorus) ● Phil Manzanera (guitar) ● Chucho Merchan (bass guitar, double bass, bass drum, percussion) ● Evan Parker (soprano saxophone, tenor saxophone) ● Charles Rees (chorus) ● Chikako Sato (violin) ● Paul Weller (guitar, harmony vocals) ● Annie Whitehead (trombone)

Non è mai facile parlare dei lavori di Robert Wyatt, tanto è unica e sfuggente da ogni catalogazione sia la sua personalità che la sua produzione musicale. Ovviamente è fuori da ogni dubbio che il suo ROCK BOTTOM sia uno dei migliori album mai pubblicati, al di là dei gusti, e quindi per forza di cose ogni altro suo lavoro successivo soffra un po’ l’ingiusto confronto con quel colosso. Ciò non significa però che Wyatt non abbia più pubblicato album all’altezza, tutt’altro! Tra lunghe pause e album comunque più che buoni, nel 1997 esce questo SHLEEP: un album non così lontano da ROCK BOTTOM a livello stilistico, complice forse anche l’assenza della componente politica dei lavori precedenti, con però dalla sua una maggiore varietà e una maturità artistica ben evidente. E laddove il primo album dopo l’incidente che lo lasciato sulla sedia a rotelle era decorato da un’atmosfera e sonorità quasi sottomarine, qui il tema portante ha invece un che di onirico, fin dalla copertina e dal titolo.

Molti brani infatti, a detta dello stesso Wyatt, nacquero in un periodo in cui soffriva di insonnia, ed era quindi pervaso dal desiderio di dormire. Un concetto ben evidente ad esempio nella prima traccia, Heaps Of Sheeps, un episodio quasi estemporaneo nella sua vena più semplicemente pop, che parla proprio del contare pecore per cercare di dormire, senza riuscirci. Non mancano però brani più tradizionali, dalla vena Wyattiana più distesa e serenamente emozionante, come Maryan e Was A Friend, entrambe caratterizzate tra l’altro dal solito particolare gusto melodico fuori dal comune. Due tra i brani più belli dell’album. E parlando di melodie non si può non citare The Duchess, dove la sfuggente, cantilenante e quasi delirante vocalità sembra seguire una strada tutta sua ben lontana da ciò che la circonda, con la consueta fragilità di Wyatt che sfiora la rottura più volte, seguita da violino e fiati di simile natura. Si torna su terreni più (relativamente) normali con Alien, altra vetta dell’album che ricorda molto le atmosfere di ROCK BOTTOM: l’inizio è struggente, e il resto del brano prosegue su simili toni accompagnati però dalle percussioni. Un piccolo capolavoro. September The Ninth e Out Of Season sono invece in gran parte strumentali, dai toni sempre piuttosto pacati e con qualche leggera pennellata di fiati jazz senza però sfociare mai nel free (sono lontani i tempi di THE END OF AN EAR); belle melodie e arrangiamento nella prima e ottimo l’uso corale delle voci nella seconda. Particolari invece la quasi Lennoniana Free Will And Testament, dal testo che definire sublime sarebbe riduttivo (passaggi come “se fossi stato libero, avrei potuto scegliere di non essere me” lasciano senza parole), e il riuscitissimo esperimento in bilico tra Dylan ed il rap di Blues In Bob Minor. Wyatt non fa mistero in quest’ultima dell’ispirazione Dylaniana fin dal divertente titolo. Notevoli anche gli interventi di Paul Weller alla chitarra, così come quelli di Phil Manzanera e Philip Catherine in altri brani come Maryan e Alien. A margine ci sono poi A Sunday In Madrid e la conclusiva The Whole Point Of No Return, appena un po’ sotto tono rispetto al resto dell’album a mio parere, ma che nell’insieme si fanno apprezzare.

Perché diciamocelo, abbiamo parlato un po’ dei singoli brani, ma SHLEEP, così come gran parte dei lavori di Wyatt, va ascoltato nella sua interezza: solo così possiamo cogliere l’atmosfera dell’intero lavoro che, concept album o meno, è impossibile non vedere come un tutt’uno. E credo di non esagerare dicendo che, pur conoscendo e apprezzando molte altre sue cose, questo album sia senza dubbio il più vicino alle vette del pluri-citato ROCK BOTTOM, seppur con modalità e tempi diversi, ma con la stessa capacità di emozionare l’ascoltatore.



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