Cuore

Pubblicato il giugno 12th, 2018 | by Lino Carfagna

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Genesis – The Lamb Lies Down on Broadway (1974)

Tracklist

Lato A
1. The Lamb Lies Down On Broadway
2. Fly On A Windshield
3. Broadway Melody Of 1974
4. Cuckoo Cocoon
5. In The Cage
6. The Grand Parade Of Lifeless Packaging

Lato B
1. Back In N.Y.C.
2. Hairless Heart
3. Counting Out Time
4. Carpet Crawl
5. The Chamber Of 32 Doors

Lato C
1. Lilywhite Lilith
2. The Waiting Room
3. Anyway
4. Here Comes The Supernatural Anaesthetist
5. The Lamia
6. Silent Sorrow In Empty Boats

Lato D
1. The Colony Of Slippermen
2. Ravine
3. The Light Dies Down On Broadway
4. Riding The Scree
5. In The Rapids
6. It


Personell
Peter Gabriel (lead vocals, flute) ● Steve Hackett (acoustic and electric guitars) ● Mike Rutherford (bass guitar, 12-string guitar) ● Tony Banks (keyboards) ● Phil Collins ( drums, percussion, vibraphone, backing vocals)


L’album doppio che i Genesis realizzarono nel 1974 è senza alcun dubbio uno di quelli che occupano un posto privilegiato nel mio cuore, un unicum nella stessa discografia del gruppo. Giunge alla fine della così detta era Gabriel, quella per intenderci caratterizzata da una musica dalle trame complesse, elaborate, da un marcato aspetto teatrale sulla scena, da testi di impronta per lo più surreale e favolistica: quella insomma segnatamente progressive. Soltanto l’anno dopo (1975) Gabriel abbandonerà il gruppo e tutto ciò che questo aveva significato fino ad allora, per dedicarsi a una brillante e assolutamente innovativa carriera solista che lo porterà ad affrontare territori musicali inesplorati.

THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY (un concept album come si usano definire quelli in cui tutti i brani ruotano intorno ad un unico tema) è incentrato sulla storia, interamente scritta da Gabriel, di un teppistello portoricano, Rael, che attraversando Broadway si trova nottetempo improvvisamente catapultato in un mondo sotterraneo parallelo, protagonista di una sorta di viaggio iniziatico pieno di disavventure che assomiglia molto da vicino a uno script cinematografico (non a caso successivamente si parlerà a lungo di un film ispirato all’album con Gabriel protagonista. Avrebbe dovuto dirigerlo A. Jodorowsky, regista surrealista, ma il progetto non fu mai realizzato). Il disco inizia con le note del pianoforte di Tony Banks, tastierista e da sempre elemento imprescindibile della band, per poi svilupparsi in un andamento ritmato, molto sostenuto che, come appare subito chiaro, contiene ben poco della musica dei vecchi Genesis. Verso la fine del brano Gabriel/Rael si presenta a noi urlando….”Don’t look at me, I’m not your kind, I’m Rael…” con una voce particolarmente dura che forse non gli conoscevamo e inizia a narrare le sue vicissitudini in una New York che ben presto si trasformerà in una sorta di incubo metropolitano. L’intero album è caratterizzato da una varietà e ricchezza di suoni tali da renderlo senza alcun dubbio l’opera più originale e magniloquente dell’intera discografia dei Genesis, al di là di tasselli imprescindibili come SELLING ENGLAND BY THE POUND, FOXTROT o NURSERY CRYME, tappe fondamentali del loro percorso musicale e fatti salvi ovviamente i gusti personali di ognuno.

Per quanto mi riguarda ho amato e amo ogni singola nota di questo gruppo, ma credo questo disco non abbia un prima e non possa necessariamente avere un dopo. I Genesis che ascoltiamo in THE LAMB non sono quelli ai quali eravamo stati fino a quel momento abituati: ricordo che io stesso rimasi spiazzato al primo ascolto, quasi incredulo di fronte a suoni palesemente più duri, più urbani, assolutamente in sintonia con una storia metropolitana come questa ma che poco avevano a che spartire con le consuete, più familiari sonorità della formazione inglese. Emblematici in questo senso brani come In the Cage, con Banks e Rutherford in grande spolvero e Back in N.Y.C. con Gabriel che canta con la stessa energia di un componente dei Warriors di Walter Hill. Ovviamente non mancano brani più melodici e intimisti come Anyway, introdotta dall’abituale limpido pianismo di Banks o The Lamia, che reputo di una bellezza sconcertante. Un discorso a parte merita The Carpet Crawlers, il brano che preferisco in assoluto, in cui il cantato di Gabriel si fa unico, profondo, in qualche modo drammatico…..”There is only one direction in the faces that i see”.

Complessivamente tutte e quattro le facciate del disco sono piene zeppe di episodi memorabili, come ad esempio Fly on a Windshield, in cui al breve, bellissimo testo cantato da Gabriel, fa seguito una lunga coda strumentale in cui Hackett riesce a creare un’atmosfera cupa e drammatica; oppure verso la fine della storia, The Colony of Slipperman in cui sempre Hackett emerge con un assolo formidabile di chitarra trattata in modo tale da assomigliare quasi a una tastiera. Tra i brani strumentali, utilizzati dalla band per collegare tra loro quelli cantati come con una sorta di filo rosso, citerei sicuramente The Waiting Room, molto sperimentale, quasi straniante e degna dei Pink Floyd più arditi, e Silent Sorrow in Empty Boats che al contrario risulta molto etereo, intriso di quella malinconia che permea molta produzione dei Genesis e che ci riconcilia in qualche modo con il passato.

Un discorso a parte merita poi la copertina dell’album, anch’essa incredibile, che raffigura il protagonista Rael, colto in varie momenti della storia, in una serie di foto in b/n su sfondo bianco che costituiscono un altro elemento decisamente molto caratterizzante di tutta l’opera. Che cos’é veramente THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY? Sicuramente un’opera rock monumentale inserita tra i dieci migliori dischi prog di tutti i tempi, ma anche un viaggio interiore che costringe l’ascoltatore ad affrontare se stesso e le proprie paure. Un’assoluta, travolgente rivelazione.

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