Live report

Pubblicato il luglio 12th, 2018 | by Antonio De Sarno

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Black Water’s Prog Nights 2018

Black Water’s Prog Nights è un nuovo festival estivo dedicato al prog, in terra lombarda, fortemente voluto da Maurizio Venegoni e svoltosi all’interno di un’incantevole cascina in un fine settimana all’apice del caldo dell’estate 2018. Un festival che nasce con una personalità già ben definita per essere una prima edizione. Un’atmosfera molto familiare e rilassata, lontanissima dalle kermesse a cui siamo spesso abituati. Ottimo palco e luci e ottimo cibo…

Apre la rassegna, e di fatto ne diventa la madrina, la brava cantante romana Tiziana Radis, accompagnata dalla sola chitarra acustica, che ci culla con una mezz’oretta di musica che spazia da composizioni sue a cover come la celeberrima Nights in White Satin e Dio E’ insieme a Alvaro Fella, autentico mattatore delle due serate. Quindi il generosissimo Alvaro, insieme alla formazione (quasi) storica dei Jumbo, ci ripropone un’oretta di brani, in ordine rigorosamente cronologico, del grande gruppo degli anni ’70. Tanta grinta e un pizzico di commozione. Si continua con il ripasso storico (la cifra di questa prima sera, in realtà) grazie a Giorgio Piazza e la sua band (ci credereste? Ha voluto chiamare la band Per Fare Musica: cioé PFM!) che ci ripropone integralmente i due album della PFM in cui Piazza militò tantissimi anni fa! Esecuzioni impeccabili, come sempre, farcite dagli aneddoti di Giorgio.

La seconda sera, dopo una parentesi celtica che vede lo stesso Venegoni esibirsi insieme a Sergio Garavaglia e agli Scia’ Kenn Vemm, ci riporta al prog sinfonico accattivante, ma non immediato, degli Ubi Maior, con la presenza di un brano nuovo (Misteri di Tessaglia) incastrato tra i cavalli di battaglia del quintetto milanese e la commovente chiusura di Specchio di Mogano in cui il cantante-violinista, Mario Moi, figura carismatica più che mai, si esibisce alla tromba nel lungo finale. Ad ogni loro concerto si apprezza quanto sia migliore la resa dal vivo del loro repertorio rispetto alle versioni ufficiali dei dischi. Possiamo solo sperare che un po’ di questa energia venga trasferita nel prossimo album. Siamo fiduciosi!
Quindi assistiamo al secondo concerto in assoluto degli APnB, una specie di super gruppo sui generis, visto alla FIM lo scorso mese, e nato pochi mesi prima grazie all’inarestabile Alvaro Fella e Maurizio Venegoni dopo la loro collaborazione nell’ultimo disco del CAP. I testi sono in un “patois veneto-lagunare che è la base di quel primordiale tentativo di esperanto o lingua universale che si parlava nella Venezia del 1700 e in quasi tutte le città marinare d’Italia e d’Europa nelle fasi di attracco delle navi e di scambi commerciali”. Che dire? Aspettiamo di sentire il disco per coglierne tutte le sfumature. Per ora abbiamo carpito quanto possibile dal breve set di stasera che ha visto anche una rilettura di Capitol di David Crosby.

La chiusura è un altro tuffo nel passato, un po’ meno remoto questa volta, con i The Watch che ripropongono (a modo loro) alcune gemme del primo Gabriel solista (The Rhythm of The Heat, Family Snapshot, San Jacinto…) e un finale a doppia sorpresa con It’s Only a Dream, momento acustico tratto dal loro ultimo disco in studio, e, a grande richiesta degli organizzatori, l’apprezzatissima Watcher of The Skies, brano che nella dimensione live ha un trasporto molto particolare con il suo suo drammatico alternarsi di fortissimi e pianissimi. Un vero pezzo epocale. Tutti conoscono le doti canori del frontman Simone Rossetti ormai, quindi è inutile aggiungere quanto sia importante nell’economia del gruppo la sua presenza focalizzante. Oltre a essere immediatamente riconoscibile, il suo timbro (basterebbe sentire i suoi duetti con Anthony Lucassen nei dischi-concept di Stewart Bell per capire la portata internazionale del suo talento) è tutt’altro che una mera emulazione di quello di Gabriel, nonostante sia una opinione diffusa che vorrebbe i The Watch relegata a tribute band. I sette album in studio e la forte personalità dei singoli componenti nei concerti in giro per il mondo, raccontano una storia molto differente.

L’unica vera pecca del festival, in fondo, è stata la scarsa affluenza di pubblico. Ma al di là della consolatoria e scontata “pochi ma buoni” bisognerà riconoscere che i tempi brevissimi di allestimento non hanno consentito una capillare diffusione dell’evento, ma siamo certi che la seconda edizione sarà ben altra storia!

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