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Pubblicato il luglio 16th, 2018 | by Antonio De Sarno

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Giorgio “Fico” Piazza: tanta voglia di fare musica

Per Fare Musica è il nome insolito sotto cui si cela la band di Giorgio “Fico” Piazza, storico bassista della Premiata Forneria Marconi di STORIA DI UN MINUTO e PER UN AMICO. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per scambiare quattro chiacchiere alla Casa di Alex in occasione del concerto dello scorso gennaio… 

Cosa ti ha spinto a riprendere con la musica dopo quattro decenni di silenzio?

Per avere la risposta completa dovrai aspettare il libro che mi stanno obbligando a scrivere, ma in realtà non lo so neanche io “cosa” mi abbia realmente spinto. Mi sono svegliato una notte con in testa l’idea di suonare questa musica, solo i primi due ellepi seminali della PFM, forse perché ai tempi non avevo capito come dovevo suonarli. Adesso so esattamente come farlo e con chi farlo, cioè con i giovani. E quindi, mi sono buttato in questa avventura nel novembre del 2012 e vedremo dove si andrà a finire.

Quando hai iniziato a suonare il basso?

Intorno ai sedici anni ascoltavo quello che c’era. Sono partito con gli Shadows, come quasi tutti in quel periodo. Sono stato fortunato ad avere dei compagni di percorso; il primo è stato Demetrio Stratos: lui era già abbastanza avanti negli ascolti e quindi ci proponeva i vari gruppi che io neanche sapevo esistessero. Pensavo che gli Shadows fossero già chissà quale cosa rispetto alle chitarre che c’erano in Italia all’epoca, ma non sapevo che ci fosse in giro Jimi Hendrix. L’ho scoperto ascoltando Alberto Radius.

Il ruolo (e il suono del basso), tra il ‘65 ed il ‘69 è stato totalmente rivoluzionato. Come hai vissuto questo passaggio epocale?

Mi sono adattato per arrivare fino alla PFM. Diciamo che mi sono adeguato. Adesso non saprei suonare altro. Per due ragioni: primo, tecnicamente suonare il basso oggi è un’altra cosa. Secondo, se non esprimo quello che ho dentro non m’interessa suonare.

La domanda da un milione di dollari: “perché hai lasciato la PFM nel 1973”?

Abbiamo cominciato ad avere punti di vista diversi, ma è stato un divorzio più che consensuale. Non condividevo questa voglia folle di andare in America, non me la sentivo. C’era gente per strada che ti chiedeva la carità e io andavo a fare il fenomeno? Non me la sentivo. D’altronde il bassista è sempre stato un introverso, no? E’ uno strumento per introversi che se ne stanno nel loro brodo.

Mi sembra di capire che hai lasciato per gli stessi motivi di Mauro Pagani, per non diventare una parte dello show business?

Sì, esattamente. Sono stato un po’ un precursore. Poi mi hanno seguito un po’ tutti.

Tu hai, invece, hai continuato a seguirli?

No, sono uscito completamente. Non ho seguito più niente a livello musicale. Ho proprio cambiato vita e ho ascoltato solo un po’ di musica classica. Sono molto pignolo nel trovare quello che mi piace. I pezzi mi piacciono tutti, ma ci deve essere l’esecuzione giusta che mi fa vibrare le corde. Faccio un esempio; il Concerto di Aranjuez, suonato da quello che è considerato, giustamente, il più grande chitarrista di tutti i tempi, Andrés Segovia, non mi ha mai detto un tubo. Quando la sento suonata da John Williams, se non piango sto male. Cosa ti devo dire? Per me la musica è quella, se non sento l’emozione non salgo sul palco. So che solo così la puoi trasmettere al pubblico. Altrimenti che cazzo ci salgo a fare sul palco? Per far vedere che sono bravo? Siccome non lo sono, non ci salirei.

Beh, dire che non sei bravo…

E’ la verità! Rispetto a quello che c’è in giro oggi sono una chiavica! Però, come suono io le mie parti le suono solo io! Spesso faccio questo discorso e mi viene voglia di ritirarmi. Ma poi qualcuno mi convince che, anche se tecnicamente non sono all’altezza, quei pezzi li suono solo io come si deve. E’ la verità.

Hai vissuto il passaggio dagli anni ’60 ai ’70…

Non l’ho vissuto. Il passaggio all’interno della PFM è stato del tutto naturale. Il secondo album poi è un capolavoro, secondo me. Più lo suono più ci trovo delle cose, e lo provo tutti i giorni! C’è sempre qualcosa da aggiungere emotivamente ed è per questo che ho ripreso a suonare. Questa musica non può morire. Per mantenerla viva devi suonarla con lo spirito con la quale è stata creata. La PFM non ne è in grado oggi. Sono bravissimi a fare tutto il resto, Chocolate Kings e quant’altro, ma questa musica non la possono saper suonare. Non solo perché sono cambiati i musicisti: lo stesso Di Cioccio è sempre lui ma quando sono andato a sentirli due anni fa, a Veruno, ho avuto la conferma che devo andare avanti su questa strada, perché i giovani che mi capiscono e mi seguono mi danno quella resa, entrano nell’emozione di questa musica. E’ quello che voglio, non mi interessa la bravura.

A proposito di emozioni, com’era suonare su Emozioni di Battisti? Cioè, c’era la consapevolezza che stavate creando dei classici immortali?

Nessuno lo sapeva. Battisti in testa. Ti posso solo dire che alla fine della registrazione, in fase di missaggio, c’era anche Maurizio Vandelli, tutti quelli che eravamo nello studio, piangevamo. L’emozione infinita che ha dato quel pezzo non è questione di tecnica o di bravura.

Anche l’opinione diffusa all’epoca che Battisti non sapesse cantare…

Tutte palle, cantava a modo suo e i discografici, che non erano abituati, gli chiudevano la porta in faccia. Lui, per uscire, si è fatto la sua etichetta.

Quale pezzo di Battisti ti è rimasto dentro?

Uno è Emozioni per quelle sensazioni che da, l’altro, un po’ perché era il nostro genere prima della Premiata, è Il Tempo Di Morire. Suonato come trio, con Di Cioccio e lo stesso Battisti. Ai tempi suonavamo Crossroads e quelle cose lì, Ginger Baker. Il trio ce l’avevamo nel sangue. L’abbiamo registrata pensando di fare i suoni e in realtà ci dissero “Buona la prima!” Mi è testimone Alberto Radius.

Com’è stato invece perdere il cantante dei Quelli all’epoca?

Non è stato un problema in realtà. E’ stato proprio nel periodo di transizione in cui non eravamo più i Quelli, facevamo già i Led Zeppelin ed altro. Suonavamo quattro volte a settimana e ci prendevamo la nostra mezzoretta a serata facendo i Cream e tutto il resto, dopo aver accontento gli altri. Subito dopo i Jethro Tull e i King Crimson quindi eravamo molto all’avanguardia. Copiando siamo diventati noi. Non copiando alla perfezione ma prendendo quello che ci piaceva. Il segreto è tutto qui: fate le cover non fate i tributi. In questo modo quando vi viene un’idea avete già la tecnica per svilupparla. Con noi è successo così.

Qualche ricordo di Greg Lake, vostro grande estimatore all’epoca?

E’ stato importante per il gruppo piuttosto che come singolo strumentista. Non ci fu una vera affinità tra bassisti. Lui ha subito visto in noi il gruppo italiano da lanciare. Il gruppo “maccheroni?” “No, no. Adesso vi porto la musica che fanno in Italia!” Si è preso la briga di venire a Roma a cantare 21st Century Schizoid Man con noi. In quell’occasione mi regalò il basso che uso ancora oggi.

Chiudiamo parlando del mestiere del musicista oggi…

Non può essere un mestiere. Deve essere una vocazione, punto e basta. Se tu pensi che ci devi campare lo puoi fare diventare un mestiere ma non fai l’artista, nel senso che esprimi quello che hai dentro. Diventi bravo tecnicamente, un session man. E’ sempre un musicista ma il session man è una cosa ben differente. Quando ho deciso di fare il musicista ho dormito le prime tre notti su una panchina alla stazione centrale. Ho fatto la scelta di mollare tutto e fare solo quello. Oggi è molto più difficile fare così. E’ difficile avere la possibilità di sviluppare un tuo discorso. Io ho dimostrato che ho le idee molto chiare. Rischio in prima persona. Mi chiamano “Fuoco Sacro”. Voglio suonare in un teatro e ci suono. Sono io a rimetterci. Sono io a capire se ne vale la pena o no. E’ un errore gravissimo pensarlo come un mestiere. Oggi i ragazzi chiedono quanto possono guadagnarci e sono già fuori. E’ più importante quanta passione e voglia sei disposto a metterci. Quanti ce ne sono di Led Zeppelin in giro? Mica bisogna arrivare a quei livelli per avere soddisfazioni. Se riesci a fare contento qualcuno è già un successo! Non sono Don Chisciotte. Il riscontro è immediato con il pubblico. Non è una questione di soldi.

Cosa vuole Giorgio Piazza oggi?

Passare il testimone ai giovani attraverso questa musica che trasmette davvero delle grandissime emozioni: loro devono imparare a suonare per emozionare e emozionarsi. Questo voglio fare capire ai giovani, perché loro sono troppo tecnici, sono aridi dentro. Devi avere il rispetto per quello che suoni, e per chi ti sente. Non devi pretendere sempre il palcoscenico enorme, devi partire dal piccolo, dal Cavern Club. Deve essere il pubblico a dirti che sei bravo. La tecnica e la tecnologia sta rovinando i giovani. Rende sicuri attraverso un mezzo, ma la sicurezza deve venire da altrove. Il mio mezzo è l’esperienza.

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