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Pubblicato il luglio 19th, 2018 | by Ed Pisani

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Brad Mehldau – After Bach (2018)

Tracklist

1. Before Bach: Benediction
2. Prelude No. 3 in C# Major from The Well-Tempered Clavier Book I, BWV 848
3. After Bach: Rondo
4. Prelude No. 1 in C Major from The Well-Tempered Clavier Book II, BWV 870
5. After Bach: Pastorale
6. Prelude No. 10 in E Minor from The Well-Tempered Clavier Book I, BWV 855
7. After Bach: Flux
8. Prelude and Fugue No. 12 in F Minor from The Well-Tempered Clavier Book I, BWV 857
9. After Bach: Dream
10. Fugue No. 16 in C Minor from The Well-Tempered Clavier Book II, BWV 885
11. After Bach: Ostinato
12. Prayer for Healing

Etichetta Nonesuch

Durata 69’ 16’’

Personnel
Brad Mehldau (piano)

Questa è la musica con la M maiuscola. Non mi permetto toni arroganti e tantomeno pretendo di essere un esperto di musica classica, ma non riesco proprio a controllarmi. Brad Mehldau, pianista certamente noto ai più per il suo jazz moderno e originale, e magari per le sue ripetute collaborazioni con Pat Metheny (un altro che non scherza con la Musica) si è cimentato niente di meno che in un’opera in cui ad ogni composizione del fu J-S Bach, lui fa seguire una composizione sua (appunto, AFTER BACH…) e il risultato è semplicemente mozzafiato.

Anzitutto va detto che la coerenza musicale tra composizioni di circa trecento anni fa ed improvvisazioni del XXI secolo è tale da non permettere talvolta di capire quale sia di Bach e quale di Mehldau… OK, sto scherzando, magari con un poco di buona volontà si intuisce la differenza; ma cionondimeno vi è continuità sonora e questo ovviamente aumenta il piacere dell’ascolto, anzi la curiosità nel sapere cosa verrà dopo e come uno stile può essere complementare ad un altro. Apprendo che Bach, un perfezionista la cui arte ha attraversato i secoli, era anche un virtuoso improvvisatore. Come organista, per esempio, doveva cimentarsi in complesse sonate barocche e fughe del tutto improvvisate in contesti che – immagino – non erano il Cotton Club o il Blue Note, ma magari il castello di un blasonato o la cattedrale di Colonia… OK, sto scherzando di nuovo, magari per non dare l’impressione che tutto questo sia troppo serio e magari per cercare di incoraggiare il lettore ad ascoltare qualcosa di inusuale.

In conclusione ci si rende conto che il progetto di Mehldau è andato oltre l’improvvisazione su Bach, ma è una rara opportunità di costruire un ponte tra mondi differenti, spesso separati volontariamente, che non si toccano e che alcuni reciprocamente offendono. Pensate ad una preghiera – così come il disco si conclude con Prayer for Healing – e immaginate un mondo in cui tutti esprimono liberamente la propria arte. Imagine there’s no country… oops, questa è un’altra storia.

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