Cuore

Pubblicato il agosto 1st, 2018 | by Lino Carfagna

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David Sylvian – Secrets of the Beehive (1987)

Tracklist

Lato A
1. September
2. The boy with the Gun
3. Maria
4. Orpheus
5. The Devil’s Own

Lato B
1. When the Poets dreamed of Angels
2. Mother and Child
3. Let the Happiness in
4. Waterfront


Personell

David Sylvian (vocals, acoustic guitar, organ, synths) ● Ryuichi Sakamoto (string arrangement, organ, synths, piano) ● Steve Jansen (drums)  ●  David Torn (electric guitar, guitar loop) Danny Thompson (double bass) ● Danny Cummings (percussion) ●Phil Palmer (slide and acoustic guitar) ●  Mark Isham (flugelhorn, trumpet)


Poche note di pianoforte e una voce magnetica, appena sussurrata, introducono September, brano che apre l’album SECRETS OF THE BEEHIVE (1987) di David Sylvian, ex leader dei Japan. Il disco è prodotto dallo stesso Sylvian e da Steve Nye e può essere considerato, forse, l’ultimo tra quelli con ambizioni velatamente pop dell’artista inglese. Nel giro di pochi anni il percorso musicale dell’ex dandy subirà un drastico cambiamento, un’evoluzione per certi versi del tutto inaspettata. Sylvian anche o soprattutto per un suo personale percorso religioso e filosofico tenderà a una forma di estrema interiorizzazione della sua musica. Emblematici in questo senso capitoli come BLEMISH (2003) o MANAFON (2009).

“I segreti dell’alveare” arriva dopo altre  preziose e importanti prove: il folgorante esordio del 1984, BRILLIANT TREES, opera prima di indiscutibile valore composta da brani di grande presa sonora come Red Guitar o la malinconica Nostalgia (forse ispirata al cinema del regista russo Tarkovskij di cui Sylvian  pare sia un grande ammiratore) e quel GONE TO EARTH, doppio, in cui il musicista inglese  affronta con la stessa destrezza una facciata composta da delicati brani cantati (Wave, Silver Moon) e una di matrice ambient con presenze importanti come quelle di Robert Fripp e Bill Nelson.

In SECRETS OF THE BEEHIVE è (ancora) presente uno spiccato gusto “pop” per la melodia e la forma canzone più tradizionale: Lo testimoniano  ballate sofisticate come The boy with the gun, nella quale la chitarra di David Torn ricama esili trame, la quasi impalpabile Maria con un accompagnamento minimale costituito da pianoforte e chitarra e la straordinaria, seduttiva Orpheus, arricchita dall’elegante tromba di Mark Isham. Un altro brano che trovo particolarmente riuscito è The devil’s Own costruito intorno al pianoforte di Sakamoto e a una suadente melodia disegnata dagli archi. Di grande bellezza l’inizio della seconda facciata. When the poets dreamed of Angels si apre con un sontuoso e cristallino arpeggio di chitarra acustica abilmente eseguito da Phil Palmer che accompagna il brano per tutta la sua durata, supportato nella parte centrale da un trascinante tappeto percussivo creato da David Cummings. Sylvian con voce suadente e carezzevole canta parole che mettono in luce il suo carattere introverso e meditativo ……”Quando i poeti sognavano degli angeli che cosa hanno visto?” Mother and child è un brano che provoca una sorta di turbamento emotivo con il puntuale double bass di Danny Thompson e il cantato di Sylvian appassionato e drammatico. Poi il pianoforte di Ryuichi Sakamoto intesse una trama di stampo quasi jazzistico per un finale che giunge simile a un’imprevista interruzione. La tensione, come il titolo suggerisce, sembra in qualche modo stemperarsi nella successiva, lunga,  Let the happiness in nella quale Sylvian canta “aspetto che l’angoscia finisca… o che entri la felicità”. Straordinaria come al solito la tromba di Isham contrappuntata dalle percussioni di Jansen e Cummings e dalle tastiere di Sakamoto. L’epilogo è affidato a Waterfront, in cui l’intensa voce di Sylvian e il sapiente, bellissimo tappeto d’archi creato da Sakamoto conferiscono al brano una grande solennità e un senso di tangibile malinconia.

Basta avere pazienza, saper entrare nei segreti nascosti tra le note di questo disco per scoprire autentiche gemme, preziosissime proprio come le api di un laborioso alveare.

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