Tracce

Pubblicato il agosto 1st, 2018 | by DDG

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THE CAGE (Tuxedomoon, 1983)

Dire che un gruppo di musicisti e artisti provenienti da San Francisco è riuscito a trasportarvi nella Parigi fin de siècle e nel glorioso passato mitteleuropeo può suonare assurdo. Poi però penso ai Rolling Stones, gli inglesi che hanno introdotto milioni di persone negli Stati Uniti e in tutto il mondo alla musica afroamericana del ventesimo secolo… Le parole sono del cantante e polistrumentista Steven Brown, in una bella intervista rilasciata a Sud alla fine del 2017, quando ormai il bassista Peter “Principle” Dachert era scomparso, portando con sé lo spirito dei Tuxedomoon originali: quelli che erano partiti un po’ ingenuamente da San Francisco verso Parigi, cercando arie e spiriti affini per la loro ricerca musicale così anomala – sperimentazione elettronica e squarci romantici, segnati dal violino di Blaine Reininger e dalla voce drammatica di Winston Tong.

Dopo il capolavoro DESIRE (1981), inciso per la Ralph dei conterranei Residents, il trasferimento in Europa aveva costretto il quartetto a un periodo di adattamento: sarebbe stato necessario aspettare anni per vederli nuovamente misurarsi con un LP, il tiepido HOLY WARS (1985) – ma l’intervallo sarebbe stato riempito con  singoli notevoli, canzoni che sarebbero rimaste nelle scalette dei concerti e nei cuori degli appassionati per decenni.

So he’s learned to hold his cigarette and his drink in one hand, but he wonders if he’s getting old.

Quando esce l’EP SHORT STORIES (1983), curato per la belga Les Disques du Crépuscule da quel Gilles Martin che li affiancherà per anni, il gruppo si sente ormai europeo a tutti gli effetti. Le prime frizioni interne stanno però iniziando a rallentarne la crescita: ha imparato a tenere la sigaretta e il drink nella stessa mano, ma si domanda se non stia diventando vecchio, recita il testo di The Cage. La storia nei quattro minuti della canzone è quella di un esule, che non si sente più spaesato come lo straniero della malinconica L’Etranger (Gigue Existentielle), uscita un anno prima per l’italiana Expanded Music, ma guarda con disincanto allo spettacolo che lo circonda, la musica brutta che riesce addirittura a peggiorare, e le persone ridotte a maschere. Ha incontrato una ragazza polacca, che diceva “Breznev”, e un ragazzo di Santo Domingo, che diceva “cocaina”. 

Il piano da carillon si scontra con i suoni elettronici, la voce è quasi impastata, e i cori di Principle, Reininger e Tong fanno da colonna sonora alla danza ubriaca di Brown, che si abbandona come aveva fatto con l’Europa sognata quando era dall’altra parte dell’Oceano. Come racconta lui stessosiamo saliti sopra un aereo e abbiamo iniziato a muoverci senza piani prestabiliti, siamo andati… e siamo rimasti.

E il Brown della canzone continua a muoversi dentro il locale – una balera, un night, poco importa – al tempo della giga esistenziale che ha in testa, anche se non ha dimenticato la Luna che c’è fuori, o le stelle che splendono in alto: ma sa di aver trovato il suo posto. L’andamento rilassato della musica sfuma ogni tono tragico: molto di quello che si vede è forse lontano e finto come ciò da cui si è scappati, ma quella appena fatta propria, anche se può sembrare solo un’altra gabbia, è sicuramente una nuova casa, e vale la pena di celebrarla, unendosi al ballo. Dancing, everybody’s dancing…



(Nella foto di Lorenzo Mascherpa, i Tuxedomoon dal vivo a Torino nel 1982)

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