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Pubblicato il agosto 24th, 2018 | by Lorenzo Barbagli

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Lucy Swann – Blue, Indigo, Violet and Death (2018)

Tracklist

1.Demolition Song
2.Inverted Commas
3.Salt
4.Foreign Bodies
5.Enter
6.Tabula Rasa
7.I’ve Got a Cat
8.Chromatic
9.Barely Dancing
10.Countdown
11.In Every Dream Home a Heartache

Etichetta Egoletgo Records/Digital

Durata 36’56”

Personell

Lucy Swann (vocals, keyboards, synths) ● Øyvind Sax Røsrud Gundersen (guitar) ● Sten Ove Toft (electronics, noises) ● Kaja Fjellberg Pettersen (cello) ● Marius Simonsen (drums)

Lucy Swann è una musicista inglese ma norvegese d’adozione, dal momento che quando i genitori si trasferirono a Oslo lei aveva appena otto anni. In questo paese Lucy ha intrapreso e completato i suoi studi musicali, che l’hanno condotta precocemente al primo album LE PETIT MORT pubblicato nel 2010. Muovendo il suo amore adolescenziale per la soul music verso un pop sofisticato denso di elettronica e ritmicamente composito, la continua ricerca per combinare originalità e freschezza sonora ha portato Lucy ad un blocco artistico di perenne insoddisfazione nella combinazione tra la sua voce e la musica da lei prodotta. Dal 2014 si è occupata quindi della stesura di accompagnamenti strumentali destinati ad altri ambiti, come danza e teatro, fino a che l’ispirazione ha fatto di nuovo capolino facendole finalmente realizzare la sua seconda fatica discografica BLUE, INDIGO, VIOLET AND DEATH. 

In effetti la maturità dimostrata dal lavoro è notevole, come era lecito aspettarsi a distanza di otto anni dall’esordio. Lucy deve aver fatto tesoro di tutte le proprie esperienze in campo musicologico e le ha riversate in un album dalle qualità eclettiche e contraddittorie, dai toni chiaroscuri ma altrettanto ornati a più livelli da sfumature differenti. Tracce come Demolition Song, Salt e Tabula Rasa, che partono da sottili cellule ritmico/armoniche, sembrano un accurato studio sul minimalismo dove, durante il cammino, le stratificazioni sia vocali che strumentali concorrono a far progredire gli arrangiamenti verso un art rock inclusivo di pop sperimentale e world music. Nelle intermissioni classicheggianti e nella sensibilità compositiva fuori dagli schemi di Foreign Bodies, Barely Dancing e Inverted Commas la Swann ci guida persino in quella zona di confine tra avanguardia e new wave frequentata nel decennio ottantiano da David Sylvian e dai King Crimson, certificando la sua vena intellettuale con una cover dai tratti ambient noise di In Every Dream Home a Heartache dei Roxy Music. In un certo senso quel gusto sonico di stupire l’ascoltatore con ambivalenti sentimenti di dolcezza e aggressività si ricollega ai contrasti emotivi e idiosincratici dei Bent Knee, ma Lucy Swann ne rappresenta un differente aspetto e la sua personalità di cantautrice emerge con forza: un frammento prezioso del miglior modo di concepire e intendere l’art pop.

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