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Pubblicato il ottobre 8th, 2018 | by DDG

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LA MODA NEL RESPIRO (Lucio Battisti, 1994)

Noi nella stanza accanto, e la moda cambiava nel respiro, il nostro che cambiava ogni tanto.

Dopo essere stato al centro di tutto, Lucio Battisti chiude con UNA GIORNATA UGGIOSA (1980) il lungo sodalizio con Mogol, e decide di mettersi scientemente nella stanza accanto: ha già sperimentato tutto quello che voleva nel vasto territorio del pop italiano, contribuendo a un allargamento di confini di cui ancora oggi non si percepisce pienamente la grandezza, e cerca altro.

Così che
quando passa questo eccesso,
ci pare non avere perso nulla,
ci pare non avere perso il tempo,
che la nudezza
sbriciola e maciulla. 

L’elettronica è un campo nuovo e interessante, per esempio, e i pomeriggi passati in un negozio di strumenti musicali romano a giocare, registrare e cancellare suoni e sequenze fanno sicuramente scattare qualche interruttore; e così anche l’incontro casuale in un mercato rionale con l’amico Adriano Pappalardo, e l’ascolto dei dischi spiazzanti di Enzo Carella, cantautore emergente che si accompagna a un poeta apparentemente alieno, Pasquale Panella, autore di versi enigmatici, ma pieni di emozione, di sesso addirittura.

La stanza accanto si materializza rapidamente nella testa del genio reatino, e porta a un raffreddamento nei suoni, che diventano elettronici nel riuscito e spiazzante E GIÀ (1982): i testi suonano però meno ispirati di quelli dell’ottimo concept album realizzato in parallelo con Adriano Pappalardo, IMMERSIONE (1982, un progetto di Lucio Battisti, come recitano i credits del disco). Battisti non è convinto dalle parole di E GIÀ, firmate da Velezia (la moglie Maria Letizia Veronese, come lascia intuire lo pseudonimo, o forse lui stesso, come sostengono alcuni), e decide di reclutare Pasquale Panella: il primo incarico è lo sviluppo dei testi di OH! ERA ORA (1983), consigliatissima opera di Pappalardo che a posteriori suona come la prova generale di quello che sta per arrivare.

Dici la via di mezzo, ecco la via,
quella percorsa dai ragazzi alteri,
che vanno a divertirsi nei misteri,
spiegabili perché non intralciati
dai cupi sedimenti dei passati. 

L’accoppiata tra suoni sintetici e versi evocativi e di difficile lettura diventa la strada maestra: l’intenzione è quella di chiamare all’ascolto attivo, laddove prima si preferiva una semplicità (solo apparente!) che invitava piuttosto all’intonazione corale. Dopo tre anni di lavoro viene messo a fuoco il primo tentativo, DON GIOVANNI (1986), e il metodo di lavoro tradizionale, con Panella che come Mogol scrive su melodie già definite, porta a un ibrido affascinante, una rilettura di temi classici in vesti nuove (Tu dici ancora che non parlo d’amore: batte in me un limone giallo, basta spremerlo...), che per l’esigente autore può però essere migliorato. Il rigore quindi aumenta, e cambia il metodo di lavoro: Battisti invita Panella a proporre i testi su cui sarà poi lui a comporre le melodie, per rendere il tutto meno naturale, e diverso da quanto già fatto.

Il risultato è percettibile nella affascinante e ancora attuale trilogia bianca che segue, L’APPARENZA (1988), LA SPOSA OCCIDENTALE (1990) e COSA SUCCEDERÀ ALLA RAGAZZA (1992): Battisti, oltre a togliere acquarello e colore dalla copertina, procede a un progressivo straniamento delle atmosfere, con i ritmi dei cantati dettati dagli anomali metri di Panella, e l’armonia che emerge senza essere immediata, come i flash visivi evocati dai termini ostici e apparentemente ostili.

Quando il duo arriva a HEGEL (1994), il percorso è ormai giunto alla fine, come ammette Panella dopo l’uscita del disco: dalla copertina sparisce ogni traccia umana, sul fondo bianco stavolta un carattere tipografico sostituisce il consueto segno manoscritto di Battisti. Ma nei solchi del vinile il calore è invece ancora presente, e nella scarna scaletta – solo 8 brani, come nei precedenti microsolchi del duo – trova posto tanta bellezza riunita, tutte le diverse declinazioni proposte negli oltre 10 anni di collaborazione.

La moda nel respiro ne è, a suo modo, una efficace summa: una canzone pop, più sentimentale di quanto non voglia sembrare al primo ascolto.

Un lusso di moine,
un rimandare sempre
all’anno dopo,
frenetici
in un ballo senza scopo. 

Sulla base, calda nonostante l’elettronica, va in scena un appuntamento in un hotel: i due che si spogliano, i rumori fuori, le parole, e dopo la spossatezza semplice, formale, ed un rilassamento collegiale. Nel mezzo, le riflessioni su quanto sia differente da giovani, quando ci si riesce a divertire senza pensieri, godendosi i momenti d’oro senza essere intralciati dai cupi sedimenti dei passati. Ma quello che conta è il presente, contrapposto al rimandare sempre all’anno dopo, frenetici in un ballo senza scopo: e questo vale tanto per la coppia metaforica, quanto per quella reale degli autori, che si divertono un’ultima volta a nascondere e a nascondersi tra le righe criptate.



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