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Pubblicato il novembre 30th, 2018 | by DDG

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Bob Drake: melodia, chimica e lupi antropomorfi

Bob Drake ha lasciato gli USA per la Francia quasi 25 anni fa: “Ero venuto in tour in Europa con Chris Cutler e Susanne Lewis nei primi anni ’90 e mi ero sentito subito a casa, era molto meno dura degli USA”, spiega lui. Ha passato gli anni ’70 suonando il basso in gruppi del Midwest USA, dove è nato, gli anni ’80 a Denver, dove era uno degli animatori della scena underground locale, si è poi trasferito a Los Angeles nel 1989, dove ha lavorato come tecnico del suono per progetti con Ice Cube e George Clinton, e finalmente nel 1994 si è spostato in Francia, dove ha continuato a lavorare come tecnico del suono e produttore discografico per molte band, pubblicando anche dischi come solista, con uno stile che rifiuta ogni definizione – o che ne attira di spiazzanti come “un ibrido folk-horror-avant-semi-classico”. Abbiamo fatto una lunga e rilassata chiacchierata via Skype sul suo recente e bellissimo disco “quasi pop”, L’ISOLA DEI LUPI (ReR, 2018), ma anche riguardo l’epoca ormai lontana in cui era parte di gruppi avant-garde come Thinking Plague, 5UU’s e Hail.

Perché L’ISOLA DEI LUPI?
Io amo i giardini e i paesaggi italiani, così come l’architettura e la lingua… Stavo leggendo di alcuni antichi giardini, come Villa Pliniana e Isola Bella (nel Lago Maggiore), e volevo scrivere una canzone su una qualche misteriosa isola-giardino italiana, e così mi è venuta in mente questa Isola dei Lupi. Volevo pronunciare correttamente il nome, e quindi ho chiesto a un mio amico italiano, Sergio Amadori, di mandarmi una registrazione, come riferimento. La sua voce mi è piaciuta così tanto, che ho deciso poi di lasciarla anche nel disco! Quando ho finito la canzone, ho iniziato a pensare che l’isola avrebbe potuto essere il tema per un intero album, e questo mi ha immediatamente indirizzato sul seguito. L’illustratore della copertina, Joe Mruk, ama disegnare mappe, e questa era l’occasione perfetta per lui. Io ho immaginato posti misteriosi e storie riguardo l’isola, che poteva essere abitata anche da animali antropomorfi. La mappa di Joe esalta questo aspetto, e dettagli come il piccolo biplano danno l’idea di qualcosa di antico.

Citando la tua canzone: Tutte le statue (nell’Isola dei Lupi) rappresentano lupi antropomorfi. Forse è una metafora per qualcosa, ma d’altra parte potrebbe anche essere un elemento da prendere in considerazione in senso letterale. Un concept album, quindi, forse?
Penso proprio di sì! Si tratta di un posto immaginario; ma puoi comunque goderti le singole canzoni senza sapere nulla dell’idea generale. A me piace anche mettere dei riferimenti incrociati tra le canzoni, citare in un brano cose o personaggi di altre canzoni, come ho fatto in LAWN ORNAMENTS (2014), dove il suricato malvagio veniva menzionato in diversi pezzi… è divertente, e aiuta a collegare tutto quanto insieme.

E quindi, dato che avevi già scritto la canzone On the Chemistries of the Defensive Sprays of the Spotted and Striped Skunks (Della chimica degli spray repellenti delle puzzole a macchie e a strisce), l’Isola dei Lupi è stata invasa dalle puzzole.
A me piace scrivere canzoni sugli animali, e ne volevo fare una sulle puzzole: ho trovato un articolo scientifico sulla chimica degli spray repellenti delle puzzole, ed era perfetto. Ho contattato l’autore, un professore universitario di chimica, e lui mi ha dato l’autorizzazione a utilizzarlo. Perciò puoi essere sicuro che si tratta di tutte informazioni attendibili! Su questa canzone ho anche un altro aneddoto, riguardo la parte con i fiati: avevo appena comprato un trombone in un negozio di beneficenza, e non ne avevo mai suonato uno prima. Sono riuscito a trovare 5 o 6 note che ero in grado di suonare in maniera coerente, e ho deciso di provare a scrivere una progressione che le utilizzasse. In questo modo ho imparato che può essere molto produttivo e di ispirazione fissare dei limiti specifici e costringersi a lavorarci all’interno.

Un approccio molto artigianale, in effetti: ogni singola nota del disco è suonata da te.
Tutto a parte la tuba nell’introduzione di The Bridge to Nowhere. Non ho una tuba, se no avrei provato a fare pure quella! Perciò ho chiesto a Ned “Rhubarb” Wilkinson di registrarla, lui è molto bravo. Per quanto riguarda tutto il resto, a me piace suonare tutti gli strumenti da solo, anche quelli con cui non sono troppo capace…

…e quindi, ora dovrai comprare anche una tuba! La tua musica è difficile da definire – L’ISOLA DEI LUPI si potrebbe definire come una raccolta di “canzoni grossomodo pop”: hai delle coordinate di qualche tipo da proporre? Folk psichedelico, Syd Barrett, forse… ma per ironia e gusto per le miniature pop, forse addirittura i They Might Be Giants – che pure in effetti hanno composto canzoni con testi scientifici, come Why does the sun shine? (The Sun is a Mass of Incandescent Gas).
Non conosco abbastanza Syd Barrett e They Might be Giants, ho sentito solo alcune loro canzoni, davvero belle. Dare definizioni è difficile, nel caso è meglio ascoltare e valutare direttamente.

Tu oggi sei parte della “famiglia Cardiacs”: eri nel cartellone del Whole World Window festival con Kavus Torabi (e altri amici dei Cardiacs, inclusi gli italiani Sterbus): il tuo approccio alla musica è in qualche modo simile a quello degli artisti di quella famiglia, anche se le loro radici inglesi sono chiaramente diverse dalle tue.
Il mio amico Kavus Torabi mi ha fatto scoprire i Cardiacs nel 2012, più o meno, e alla fine ho anche incontrato Tim Smith, che è stato sicuramente tra le mie ispirazioni recenti. Ho avuto la possibilità di parlare con lui di musica, registrazioni, microfoni, suoni, e spero di arrivare a conoscerlo un po’ meglio. Una delle cose che mi hanno colpito di più nella musica di Tim sono le stupende melodie, e dietro queste i sorprendenti, inattesi cambi di accordi, che sono sempre esaltanti e pieni di musicalità, e lasciano sempre al centro la melodia. Penso che sia per questo che mi sento in effetti parte di quella famiglia, con William D Drake, i fratelli Larcombe (Stars in Battledress), Sea Nymphs, e così via.

Questo stesso approccio alla melodia lo vedo anche nelle tue composizioni più antiche per Hail e Thinking Plague…
Era molto tempo fa, e come tutti quanti noi anche io ho imparato parecchio da allora…  Sono sempre stato un buon arrangiatore, ma quando ho iniziato a provare a comporre la mia musica, nel 1991, ho dovuto imparare cosa significa scrivere una canzone. Quando suonavo il basso o la batteria nei gruppi negli anni ’70 e ’80, il metodo era sempre quello di mettere insieme le idee dei vari musicisti, un po’ di giri e riff divertenti. Dopo di che, dicevamo OK, suoniamo questo quattro volte, quest’altro otto volte, o due e mezzo, quello che è, e così via, e il risultato per noi sarebbe stata una canzone, e ci saremmo aspettati che il cantante riuscisse a cantare qualcosa sopra tutto questo. Non è strano che fosse così difficile trovare un cantante in grado di inventarsi una melodia… e quelle cosiddette canzoni non andavano da nessuna parte, il nostro modo di lavorare era assolutamente all’opposto di quello che avrebbe dovuto. Alla fine ho capito come mai i brani scritti dai cantanti fossero tanto migliori: quelle canzoni erano costruite sulla melodia e sul fraseggio vocale. E io oggi non ho problemi col fatto che la musica sia considerata pop: per me, questo significa soltanto che stiamo parlando di brani di musica melodica ben costruiti e compatti, suonati con strumenti più o meno rock… ma va bene così.

Ma la tua attenzione alla melodia era percettibile anche nel lavoro di mixaggio per band come Thinking Plague e Hail.
Si, moltissimo! Cerco sempre di mantenere gli elementi melodici al centro, e di garantire che i movimenti delle note, le armonie e il flusso musicali vengano bene fuori. Altrimenti c’è il rischio che la musica suoni molto confusa, o difficile da seguire, specialmente quando di base è molto complicata, come capitava per Thinking Plague o Science Group.

Che musica ti piace oggi?
Purtroppo non ho molto tempo per ascoltare musica come facevo negli anni ’60 e ’70, perché in genere sono impegnato a lavorare sulla mia o su quella di qualcun altro! Credo che i Cardiacs siano una tra le mie scoperte più recenti, e ho anche visto molti gruppi interessanti quando ero in tour come solista nel Regno Unito, in giro c’è davvero tanta musica buona, spesso molto strana! Quando ascolto musica a casa, in genere si tratta di cose molto vecchie… tipo del dodicesimo secolo, haha.

Vivi in ​​Europa più di 20 anni – ti senti ancora con i tuoi ex compagni di band?
Mike Johnson (Thinking Plague) è ancora uno dei miei migliori amici, speriamo di riuscire a fare qualcos’altro insieme, prima o poi! Anche Mark Fuller è un caro amico. E considero tutti i miei vecchi amici con cui suonavo a Denver  come una famiglia.

Pensi che porterai L’ISOLA DEI LUPI in tour in Italia?
I miei tour da solista richiedono un sacco di tempo e concentrazione per prepararsi, ed è una cosa che mi piace! Tra il 2016 e il 2017 gli spettacoli sono andati sempre meglio, ma suonare questa musica richiede molta concentrazione, e la qualità delle mie esibizioni dipende troppo da quanto potrei riuscire a sentire me stesso quando sono sul palco. Non c’è sempre tempo per un soundcheck adeguato, e capita che non riesca a prendermi il tempo per assicurarmi di poter sentire bene me stesso… poi durante lo spettacolo mi stresso e inizio a pensare a quello che sto facendo – sto cantando troppo forte, troppo morbido, mi sento stonato, ecc., e questa è la cosa peggiore che puoi fare quando stai suonando! Sono anche giunto alla conclusione che le mie esibizioni soliste funzionano meglio negli spazi piccoli, quando riesco davvero a vedere le persone per le quali suono e non ho bisogno di un grande sistema audio. Quindi per ora ho la sensazione che sarebbe più divertente e produttivo per un po’ rimanere a casa a lavorare su nuove canzoni. Ma cambio idea facilmente! Ad aprile farò un tour con il Peter Blegvad Quintet, che sarà divertente e soddisferà senz’altro il mio desiderio di suonare dal vivo.

Una breve digressione su un aspetto buffo della tua storia: cos’è quel costume da orso bianco che indossavi in ​​alcuni concerti?
È una parte di me, una specie di fantasia che ha fatto da sempre parte della mia vita. Ho sempre disegnato e persino sognato di quell’orso, almeno fin da quando riesco a ricordare. Nel 2007 avevo qualche soldo da parte, quindi ho commissionato a un produttore di maschere professionale la realizzazione della testa, basandomi su alcuni dei miei disegni. E il risultato è esattamente come i miei schizzi! Fino a qualche tempo fa andavo a queste convention fantasy,  convention “pelose” – prima che diventassero troppo costose! – e c’erano tante persone che indossavano costumi di animali, che si esibivano e ballavano e che facevano semplicemente festa. Ma è tutto molto caldo ed estremamente faticoso, quando ci si esibisce in un costume del genere, e forse sto diventando troppo vecchio per questo – le ultime volte che sono andato a ballare in maschera ne sono uscito con un terribile mal di testa! Ma posso ancora farlo… per brevi periodi.

E il futuro?
Ho appena iniziato a sperimentare utilizzando la notazione musicale, per la prima volta. Il prossimo blocco di canzoni che comporrò probabilmente andrà in una direzione diversa, che si inizia a sentire in brani come Hollowfang’s Tower e Sleepy Critter su L’ISOLA DEI LUPI.

Troppo vecchio per il rock’n’roll in costume da orso, ma sicuramente ancora giovane abbastanza per il rock’n’roll, quindi!
Non sarò MAI troppo vecchio per il rock ‘n roll!

 

(Intervista realizzata nel novembre 2018)

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