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Pubblicato il Giugno 29th, 2020 | by Lino Carfagna

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Peter Gabriel – III (1980)

Tracklist

Lato A
1. Intruder
2. No self-control
3. Start
4. I don’t remember
5. Family Snapshot
6. And Through the Wire

Lato B
1. Games Without Frontiers
2. Not one of us
3. Lead a normal life
4. Biko


Personell
Peter Gabriel (voce, pianoforte, sintetizzatore, percussioni) ● Kate Bush (voce) ● Phil Collins (batteria, surdo) ● Larry Fast (tastiera, sintetizzatore) ● Robert Fripp (chitarra) ● John Giblin (basso) David Gregory (chitarra)  ● Tony Levin (basso) ● Jerry Marotta (batteria, percussioni) ● Morris Pert (basso) David Rodhes (chitarra, cori)  ● Paul Weller (chitarra) ● Dick Morrissey (sax)


MELT (fusione), è il modo in cui solitamente viene denominato il terzo album solista di Peter Gabriel ovvero PG III. Il termine deriva dalla particolare tecnica utilizzata dal creatore della sua copertina, il celeberrimo Storm Thorgerson, che decise di passare una gomma per cancellare sulla foto ancora fresca che ritraeva Gabriel, in modo da creare l’originale effetto di liquefazione del volto.

Il disco, datato 1980, è prodotto da Steve Lillywhite ed è  il primo album decisamente di forte impatto e di grande successo nella carriera di Gabriel, dopo due opere come PG I (CAR) e PG II  (SCRATCH), ancora un pò acerbe, non ben definite, anche se per molti versi  non meno affascinanti. In MELT  Gabriel affronta  tematiche  decisamente forti, poco rassicuranti, che hanno quasi tutte come tema conduttore il disagio mentale. Intruder, brano d’apertura, tratta il tema della violenza sessuale, No-self control  quello della follia mentre brani come Not one of UsI don’t Remember, Lead a Normal Life vanno a fotografare situazioni  comunque dominate dall’inquietudine. Il ritmo contraddistingue l’intero album caratterizzandone ogni  singolo brano, tranne forse  quella Family Snapshot  dall’andamento decisamente più rilassato, basata sul racconto An Assassin’s Diary di Arthur Bremmer che inizia con solo piano e voce cui poi si aggiungono il basso  di John Giblin e  il sax di Dick Morrissey. Quasi una ballata che ricorda certi momenti del suo album d’esordio.  Un altro episodio che tradisce il suono disturbante dell’album è Games without Frontiers. Per il resto il drumming è secco e costante per tutta la durante del disco, duro a volte, accompagnato da rumorismi  vari provenienti da chitarre, sintetizzatori e sax. Peter Gabriel si dimostra in MELT  un abile  precursore di future evoluzioni musicali (attitudine che sarà peraltro puntualmente confermata nei dischi successivi) come nel già citato Intruder, in cui viene per la prima volta introdotta la tecnica del gated reverb, un caratteristico effetto sul riverbero della batteria che sarà poi spesso utilizzato da Phil Collins nei sui dischi solisti. Da segnalare anche la totale assenza dei piatti sostituiti con mirabili percussioni di xilofoni e marimba ad opera di Morris Pert.

Il cantato di Gabriel si fa spesso cupo e straniante. Tutto è diverso in questo terzo capitolo della discografia del musicista britannico, in cui la fanno da padrone suoni distorti e spesso filtrati e sperimentazioni elettroniche a volte disturbanti. Ciononostante tutto si incastra alla perfezione e il risultato è assolutamente perfetto e di grande effetto.  Peraltro molte delle atmosfere presenti in questo disco saranno riprese e forse addirittura accentuate nel successivo PG IV (SECURITY) dominato anch’esso da ritmi e influenze di chiara matrice africana, evidenziando una naturale continuità d’intenti. La chiusura di MELT è affidata a Biko, brano estremamente coinvolgente che Peter Gabriel, da sempre famoso per il suo impegno civile, dedica al fenomeno dell’apartheid muovendo dalla storia vera dell’attivista di colore Stephen Biko, ucciso in circostanze misteriose da un sistema razzista e repressivo in Sudafrica.

Grande parata di egregi musicisti in quest’album, di cui alcuni già citati, che vanno da Robert Fripp a Kate Bush da Paul Weller all’esordiente David Rodhes per non dimenticare la superba sezione ritmica formata da Jerry Marotta e Tony Levin. Alcuni di loro seguono ancora Gabriel nei suoi tour, artefici accanto a lui di live straordinari. La terza opera di Peter Gabriel dimostra tuttora di aver conservato intatte tutte le sue prerogative iniziali attraverso parole e  geniali intuizioni musicali che non potrebbero descrivere meglio l’incertezza e il disorientamento dei nostri giorni.

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