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Pubblicato il Novembre 19th, 2020 | by Lorenzo Barbagli

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Kevin Gilbert – L’ombra del genio

Prolifico autore, dotato polistrumentesta, sensibile produttore. Questo ed altro è stato Kevin Gilbert (Sacramento, 20 novembre 1966 – Los Angeles, 17 maggio 1996), versatile e geniale musicista che nella propria breve carriera, oltre a realizzare una cospicua quantità di capolavori a proprio nome, ha potuto collaborare con firme importanti come Keith Emerson, Michael Jackson, Madonna, Eddie Money, Sheryl Crow, Spock’s Beard e molti altri. Che si sia trattato di semplice pop o prog rock complesso, Gilbert ha affrontato sempre la materia con estrema competenza e preparazione enciclopedica, evitando con cura la prevedibilità e la banalità. Il fato ha poi voluto che saltasse suo malgrado da un progetto all’altro, non avendo mai la possibilità di sviscerare in pieno un proprio “disegno musicale” completo e coerente. Proprio nel momento in cui stava trovando una rinnovata e gratificante direzione artistica come solista, è improvvisamente venuto a mancare il 18 maggio del 1996. Ecco di seguito la guida alla sua discografia a cura di Lorenzo Barbagli, autore della biografia italiana Kevin Gilbert: The Best Of Everything.




NRG – NO REASONS GIVEN (Goin’ Platinum!, 1984) Con la sua prima band NRG, costituita insieme al chitarrista Jason Hubbard e al batterista Mickey Sorey, Gilbert realizza un unico disco alla tenera età di diciassette anni, quando ancora frequenta le scuole superiori. Il lavoro riflette certamente i classici tratti distintivi synth pop di quei tempi, ma possiede anche molti riferimenti sottointesi al prog rock. Gli NRG utilizzano sintetizzatori di matrice prog trasfigurandoli in un’estetica new wave, come ad esempio il sequencer di basso di Morning Light o il riff di chitarra punteggiato da un piano ostinato e dalla batteria, che produce un sound elettronico e robotico su Watching Me. Goodman Badman crea un’atmosfera gelida e dark molto simile a quella di Invisible Sun dei The Police, servendosi di percussioni elaborate elettronicamente. Il chorus, con Gilbert che deforma la propria voce in stile Gabriel, sopra a un tripudio di sintetizzatori, avvicina gli NRG allo spirito dei Genesis anni ’80. Wings of Time si getta in un rock sfavillante, che lascia i territori del pop per abbracciare quelli dell’AOR, seguendo le orme degli Asia, dove il ruolo del basso è ricoperto da un opulento Rickenbacker in stile Chris Squire. La ballad sentimentale Mere Image rimane una delle migliori composizioni di questo periodo: una suggestiva progressione di accordi arpeggiati di pianoforte si incammina in un ritornello con salti melodici inaspettati e un lungo intermezzo strumentale in puro stile prog, sopra il quale vengono tessute melodie nello spirito bucolico e fiabesco dei Genesis. Infine Staring Into Nothing è una delle composizioni più complete e convincenti di NO REASONS GIVEN, tanto da indurre Gilbert a rielaborarla dopo più di dieci anni per inserirla nella sua rock opera THE SHAMING OF THE TRUE.




GIRAFFE – THE POWER OF SUGGESTION (Still Life, 1988) I Giraffe nascono dalla collaborazione di Gilbert con il chitarrista Stan Cotey e il batterista Scott Smith e furono la prima band indipendente a pubblicare un CD autoprodotto. Le radici di THE POWER OF SUGGESTION risiedono fermamente negli anni ’80, con tutte le influenze che ne conseguono. Le sonorità sono pesantemente immerse in synth pop, drum machine e sequencer, ma c’è anche da rilevare come una produzione curata e l’inusuale maturità degli arrangiamenti, resero evidente già all’epoca come i Giraffe si discostassero dal banale pop rock da classifica. Per fare alcuni accostamenti, dentro THE POWER OF SUGGESTION si possono scorgere affinità con la new wave intellettuale dei Tears for Fears e con quella più diretta dei The Human League, così come tracce dei Genesis dell’era Phil Collins, oltre che del Peter Gabriel solista, artista molto amato da Gilbert. I pezzi di punta dell’album, Because of You e This Warm Night, permisero inoltre ai Giraffe di classificarsi primi alla competizione per band emergenti “Yamaha International Soundcheck”. In questi due brani sono racchiuse le sonorità che caratterizzano THE POWER OF SUGGESTION: le tastiere e i sintetizzatori rivestono qui quasi una funzione ritmica, con accordi e note ben scandite accostate ad un basso prominente, probabilmente ricavato anch’esso dai synth, e battiti programmati che si mescolano con una vera batteria. La componente prog degli NRG è quasi scomparsa, ma la vena art rock mantiene alta la qualità delle composizioni.




GIRAFFE – THE VIEW FROM HERE (Still Life, 1989) Anche se si può affermare che stilisticamente rimane ancora legato a molti dei vezzi anni ’80, THE VIEW FROM HERE è un lavoro più maturo, con delle composizioni solide e strutturate che rappresentano un grande passo avanti per i Giraffe ed evidenziano il grande senso armonico e melodico di Gilbert. L’album contiene una collezione di brani sofisticati e ben assortiti, a partire da Progress,che è uno dei migliori pezzi del catalogo Giraffe: di forte impatto, molto tirato e composto da progressioni vagamente fusion coronate da un virtuoso assolo di piano. L’interesse di Gilbert si espande al funk pop in stile Donald Fagen con All Fall Down, caratterizzato da una linea di basso slap e da una sezione di fiati. Waiting for the Rain è una nuova incursione nel funk rock, ma stavolta molto più ritmata e accompagnata da un coinvolgente groove di chitarra elettrica contrappuntato dai fiati. La ballata d’amore Holding on with Both Hands rispecchia quel vezzo sdolcinato tipicamente anni ’80 di band AOR come Toto o The Tubes, utilizzando comunque progressioni armoniche non scontate. Airdance è un altro pezzo da incorniciare, essendo il primo tentativo di uscire da quell’alone ingombrante di synth pop che stigmatizza la musica dei Giraffe. Una chitarra classica scandisce il tempo con gli accordi e il piano rafforza le armonie nel chorus, mentre nell’intermezzo interviene un flauto e tutto assume una prospettiva molto rarefatta e genesisiana, fino a che irrompe un animato tema al ritmo di flamenco. Nella conclusiva Welcome Home la musica trasmette un senso militaresco dettato dal tempo marziale dei tamburi: le tastiere martellano accordi staccati e il basso robotico scandisce la marcia con sezioni reiterate. Nessun brano sembra fuori posto, tanto che THE VIEW FROM HERE rimane una delle pietre nascoste più preziose degli anni 80.




TOY MATINEE (Reprise Records, 1990) Oggi si chiamerebbe supergruppo, anche perché l’unico album in studio dei Toy Matinee è oggettivamente un capolavoro di pop sofisticato frutto dell’unione di cinque talentuosi musicisti. In pratica il produttore di Madonna Patrick Leonard arruolò Gilbert dopo averlo notato con i Giraffe al “Yamaha International Soundcheck” per creare una propria band. A ricoprire il ruolo di bassista fu chiamato Guy Pratt (Pink Floyd), mentre alla chitarra fu scelto Tim Pierce e alla batteria Brian MacLeod. Il gruppo durò lo spazio di soli sei mesi e quando l’omonimo album fu pubblicato si era già dissolto. Fu comunque sufficiente questo breve lasso di tempo, una vena creativa in stato di grazia e una produzione impeccabile per partorire assoluti classici di culto come Last Plane Out, Things She Said e The Ballad of Jenny Ledge. Ma in realtà TOY MATINEE è una compilation art pop pressoché perfetta, dove ogni traccia è un grande attestato di professionalità ed esperienza. Gli arrangiamenti orchestrati dalle tastiere di Leonard e dalla chitarra di Gilbert lasciano spazio e mettono in risalto le peculiarità degli strumentisti – il basso rotondo e saltellante di Pratt, la chitarra funk di Pierce, la batteria new wave di MacLeod – creando un’intesa e un’alchimia sonora del tutto unica, tra la levigatezza sonica degli Steely Dan e il gusto raffinato dei tardi XTC.




THUD (PRA Records, 1995) Il primo vero e proprio album di Gilbert da solista è una diretta reazione alla delusione del progetto Tuesday Music Club, dove l’ex fidanzata Sheryl Crow si attribuì ogni merito artistico del lavoro svolto dal gruppo. THUD è una collezione di brani scritti nell’arco di tre anni, quindi abbastanza eterogeneo nei contenuti e, a parte il coinvolgimento di Brian MacLeod alla batteria, è quasi interamente suonato dal solo Gilbert. Tra canzoni d’autore di brillante scrittura come la torch song Tea for One e la fanfara di All Fall Down, si aprono scenari che rivelano il lato oscuro dell’animo umano attraverso i groove ipnotici di Waiting e Joytown, gli squarci apocalittici della multiforme Shadow Self e il blues tenebroso di Goodness Gracious. Il tutto condito da testi acuti e pungenti, talvolta sardonici, che ci restituiscono un Gilbert pessimista, ma songwriter di alta caratura. In questo album l’artista americano mette a frutto gli insegnamenti del produttore dei TNMC Bill Bottrell: una strumentazione essenziale ridotta per lo più a strumenti acustici per far risaltare la potenza dei testi, mentre la voce viene posta in primo piano nel mix con la tipica asciutta chiarezza che caratterizzava ogni lavoro di Gilbert. Pubblicato da una piccola etichetta, THUD passa quasi inosservato, anche se a sollevare lievemente le vendite c’è il piccolo successo ottenuto dalla cover di Kashmir dei Led Zeppelin, non inclusa però sull’album, ma inserita successivamente in un EP allegato alla nuova edizione.


LIVE AT THE TROUBADOUR (KMG, 1999) A tre anni dalla scomparsa di Gilbert, nel 1999, il suo manager Jon Rubin preparò il terreno per una serie di pubblicazioni inedite sotto l’egida della Kevin Gilbert Estate (la sigla sotto la quale saranno raccolte tutte le uscite postume), dando alle stampe una raccolta omonima dei Giraffe e il concerto con la band Thud al Troubadour, registrato nel giugno del 1995. Il gruppo era composto da Dave Kerzner alle tastiere, Nick D’Virgilio alla batteria e Russ Parrish alla chitarra. Gilbert si accollò il ruolo inconsueto per lui di bassista, solamente perché non aveva trovato nessuno da coinvolgere. Il live documenta la presentazione dell’album THUD con una resa energica e riveduta di brani come Waiting, Goodness Gracious, The Ballad of Jenny Ledge e l’immancabile cover di Kashmir, pensata per essere inclusa nella compilation del 1995 ENCOMIUM: A TRIBUTE TO LED ZEPPELIN ma rifiutata dalla Atlantic Records perché quello di Gilbert non era un nome abbastanza conosciuto. Presente nell’album anche l’inedito Miss Broadway, il cui testo era un critica al vetriolo rivolto alla ex compagna Sheryl Crow. Dopo che il CD è andato esaurito, nel 2009 è stata realizzata una nuova versione estesa e completa di tutta la performance, comprensiva dei due brani Tears of Audrey e Smash precedentemente omessi dalla prima stampa, e in più allegato il DVD con la registrazione video del concerto.




THE SHAMING OF THE TRUE (KMG, 2000) Vera e propria rock opera, nonché testamento spirituale di Gilbert, questo album non ancora completato al momento della sua morte venne assemblato da Nick D’Virgilio e John Cuniberti, seguendo gli appunti lasciati da Gilbert e montato utilizzando le sue ultime registrazioni con l’aggiunta di parti suonate ex novo da vari musicisti. Il risultato è un capolavoro postumo la cui storia racconta l’ascesa al successo dell’immaginaria rockstar Johnny Virgil, fino alla sua conseguente caduta. In effetti nel racconto narrato da THE SHAMING OF THE TRUE si possono ritrovare molti parallelismi con la parabola artistica di Gilbert. In superficie, l’allestimento esteriore è confezionato nella miglior tradizione da rock FM americano, ma le imprevedibili deviazioni tematiche, gli improvvisi innesti acustici e i complessi arrangiamenti strumentali, derivavano senza ombra di dubbio dal progressive rock. Una vera e propria messa a punto di quei precari equilibri tra pop e progressive sempre perseguiti da Gilbert, dove Staring Into Nothing si pone come perfetta sintesi tra le due sponde. Viene attraversato in questo modo un percorso stilistico eclettico che va dalla fanfara di City of the Sun al magistrale canone polifonico architettato con Suit Fugue, dalle struggenti Water Under the Bridge e The Way Back Home all’energico rock alla Elton John di Best Laid Plans. L’album è in grado di stupire per la sua imprevedibilità, capace di feroci aggressioni come Ghetto of Beautiful Things e romantiche sinfonie pop come la corale A Long Day’s Life. Non ci sarebbe stato metodo migliore per esorcizzare i suoi demoni contro l’effimero e spietato mondo del musicbiz, responsabile di aver distrutto l’idealismo di un musicista, che vedere pubblicata quest’opera, ma purtroppo un destino fin troppo amaro ha impedito a Gilbert anche questa piccola e meritata rivincita.




KAVIAR – THE KAVIAR SESSIONS (KMG, 2002) L’ultimo progetto a cui Gilbert stava lavorando prima della prematura scomparsa, Kaviar, rappresenta quanto di più lontano musicalmente avesse prodotto fino ad allora, indirizzato verso un aspetto sonoro abrasivo e metallico nonché provocatorio, sulla scia del rabbioso industrial rock dei Nine Inch Nails e anticipando lo shock rock di Marilyn Manson. THE KAVIAR SESSIONS colleziona ciò che è rimasto del materiale sul quale stava lavorando la band e ancora parzialmente incompleto a livello di produzione. Ad ogni modo, la natura molto diretta e senza fronzoli dei brani, tra punk e heavy metal, non risente di tale mancanza, è anzi quasi un valore aggiunto per immedesimarsi nell’atmosfera malata di certe sonorità. La formazione dei Kaviar era completata da Brian MacLeod alla batteria, Paul Ill al basso, Susie Davis alla voce e alle tastiere e dal chitarrista David Levita. Le canzoni partorite dai Kaviar, oltre ad essere estremamente lontane dallo stile di Gilbert per via di un approccio radicalmente post punk, avevano dei testi che raccontavano di amori perversi, implicitamente misogini e dall’humour malsano. In un certo senso i Kaviar furono come una valvola di sfogo per le insoddisfazioni di Gilbert e, come testimoniato da MacLeod, il tutto era molto basato sulla goliardia e il non prendersi troppo sul serio, dato che uno degli obiettivi era l’anarchia musicale. Naturalmente faceva tutto parte di una messa in scena architettata in modo volontario o, se vogliamo, di una parodia eccessiva e fuori dalle righe dello shock rock creata ad arte per mettere a disagio il pubblico.




NUTS (KMG, 2009) Primo CD di una doppia raccolta antologica speculare, NUTS (come BOLTS) raccoglie canzoni inedite per lo più di carattere cantautorale o versioni alternative di brani già pubblicati e rimasti negli archivi per molti anni, provenienti da varie ere gilbertiane. Tra i pezzi già noti spiccano una versione di The World Just Gets Smaller, brano dei Giraffe tratto da THE POWER OF SUGGESTION, incisa ex novo nel 1992, una nuova interpretazione di When Strangers Part degli NRG e la prima comparsa ufficiale di A Tired Old Man, una suite pensata per i Giraffe ma mai pubblicata e presentata in questa sede in una versione accorciata. Chiudono l’album la versione acustica di Joytown e la cover di Kashmir dei Led Zeppelin, già presenti nell’EP allegato a THUD. Sul versante degli inediti invece fanno la loro comparsa la ballata acustica While Heroes Cry, la quale sembra fosse una outtake da TOY MATINEE, la malinconica Until I Get Her Back che doveva far parte di THUD e alla fine non inclusa. Childhood’s End è l’unico brano della raccolta dove si può rintracciare un vago influsso progressive: tastiere ariose e intermezzi in stile Genesis ne fanno una moderna didascalia al genere. Accanto a questi sono aggiunti momenti più disimpegnati come Finally Over You, una canzonetta pop tra Beatles e musical con coretti polifonici e ritmica baldanzosa, Circling Wind guidata da una chitarra fingerpicking la cui cadenza e melodia ricordano Going to California dei Led Zeppelin con un intermezzo che invece si riallaccia al prog bucolico dei Genesis e Shannon Elizabeth, un’ode dedicata alla nipote appena nata che risale alla prima metà degli anni 80.




BOLTS (KMG, 2009) BOLTS evidenzia ancora di più la divisione di interpretazioni tra piano e chitarra. Da una parte abbiamo le versioni acustiche di The Ballad of Jenny Ledge e Goodness Gracious accostate a nuovi inediti come le ballad folk Waking the Sun, Something Nice for My Dog, Lonely Road e la più essenziale Souvenir, una pacata e scarna canzone cantata quasi a bassa voce, sorretta solo da un leggero pizzicato di chitarra acustica e da un loop ritmico programmato. Sul versante pianistico fa poi la sua comparsa The Best of Everything, brano molto conosciuto tra i fan di Gilbert che doveva essere incluso su THE SHAMING OF THE TRUE, ma lasciato fuori all’ultimo minuto. Seguono altre due ballad per piano: la breve elegia Blank Page, scritta da Gilbert per i Toy Matinee ed inclusa poi nella ristampa in CD del 2001, Taxi Ride che è una cover della cantautrice canadese Jane Siberry con una resa che rispetta la pacatezza del brano e che Gilbert arricchisce con qualche accorgimento armonico aggiuntivo nella struttura della canzone. God’s Been Tapping My Phone, risale al periodo pre-Giraffe ed è una di quelle ballad pianistiche dal sapore tipicamente americano e quasi swing che si rifà alla tradizione di cantautori come Billy Joel e Randy Newman.




KEVIN GILBERT PERFORMS TOY MATINEE LIVE (KMG, 2010) Come accennato i Toy Matinee si sfaldarono molto presto per dissapori interni. Gilbert, si vide quindi costretto ad assemblare con le proprie forze una band per promuovere l’album dopo quattro mesi di scarse vendite. Tra i primi musicisti ad essere reclutati ci fu il chitarrista Marc Bonilla – conosciuto durante la produzione di CHANGING STATES di Keith Emerson – con il quale Gilbert presentò in alcune ospitate radio nell’area di Los Angeles il materiale dei Toy Matinee in chiave acustica (si veda più avanti). In questo modo l’album iniziò a vendere tramite il passaparola e arrivarono pure le prime richieste per suonare dal vivo in veri e propri locali. Quando venne il momento di calcare le scene del palco ai due si aggiunsero il bassista Spencer Campbell, il batterista Toss Panos e la ancora sconosciuta Sheryl Crow alle tastiere, con la quale Gilbert intraprese una relazione sentimentale. Dal canto suo, Leonard non era molto contento che i Toy Matinee si esibissero senza di lui, e spinse Gilbert a fermarsi. Il gruppo fece comunque in tempo a registrare alcuni show tra cui il concerto al Roxy di Los Angeles, tenuto il primo maggio del 1991, che per molto tempo è circolato sotto forma di bootleg tra i fan, per poi essere stampato in versione ufficiale nel 2010.




A 20TH ANNIVERSARY PERFORMANCE OF THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY (KMG, 2014) Suonare dal vivo THE LAMB nella sua totalità era stato tra i sogni proibiti di Gilbert fin da ragazzo, tanto da impararselo tutto a memoria. Così, quando nell’ottobre del 1994 gli fu chiesto di esibirsi al ProgFest di Los Angeles, colse l’occasione per realizzare l’impresa, nonostante avesse solo due settimane di tempo per preparare tutto. Come prima cosa doveva trovare i musicisti: Gilbert aveva da poco conosciuto il tastierista Dave Kerzner che apparve come l’uomo della provvidenza, dato che possedeva una vasta collezione di tastiere vintage. Furono poi reclutati il chitarrista Dan Hancock e l’allora sconosciuto batterista Nick D’Virgilio, anche loro tanto appassionati dei Genesis da conoscere già le parti, e infine Stan Cotey al basso, vecchio compagno di Gilbert nei Giraffe, dei quali fu riesumato il nome per l’occasione. Trattandosi di un festival, la scaletta dovette necessariamente subire dei tagli per motivi di tempo al fine di dare spazio alle altre band in cartellone, ma nell’ora che i Giraffe ebbero a disposizione, riuscirono a condensare il meglio degli originali 94 minuti di The Lamb, permettendosi di aggiungere in coda al brano finale it l’ouverture di Watcher of the Skies e, nel bis, una versione accorciata di The Musical Box. Sul materiale contenuto è inutile soffermarsi dato il suo provato valore artistico, basti dire che la performance dei Giraffe è la migliore e più fedele interpretazione che un gruppo potesse tributare a questo capolavoro. La voce di Gilbert è all’altezza del Gabriel di una volta, Kerzner e gli altri riproducono le sonorità genesisiane con dovizia filologica, mentre D’Virgilio era già l’abile batterista che oggi conosciamo, riproponendo i non facili tempi dispari di Collins con grande professionalità.




TOY MATINEE ACOUSTIC (KMG, 2014) Come accennato, oltre a veri e propri concerti con una band completa, il duo Kevin Gilbert e Marc Bonilla si diede da fare nel promuovere il disco dei Toy Matinee anche via radio, organizzando una specie di tour acustico per due voci e due chitarre. In questo album sono state raccolte le prove e le jam, registrate nel novembre 1990, svolte come preparazione in vista di quelle esibizioni. Oltre a brani scelti dall’esiguo catalogo dei Toy Matinee (Last Plane Out, The Ballad of Jenny Ledge, Things She Said), il valore di questo documento ripescato dagli archivi risiede anche nella presenza di cover suonate per riscaldamento o per divertirsi come Suite: Judy Blue Eyes dei Crosby, Stills & Nash, If I Fell dei Beatles e Rocket Man di Elton John, tutte in chiave rigorosamente acustica. Come bonus sono stati aggiunti in appendice tre brani registrati dal vivo con tutta la band il 21 aprile 1991 presso il Ventura Theatre: Remember My Name, There Was a Little Boy e Turn It on Salvador.

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