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Pubblicato il Aprile 17th, 2018 | by DDG

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DON’T TAKE ME ALIVE (Steely Dan, 1976)

Quando si siede dietro le pelli per quella che doveva essere una delle solite sessioni in studio – alla chitarra e al basso gli amici noti Larry Carlton e Chuck Rainey – Rick Marotta non ha idea di chi siano quegli Steely Dan che lo hanno convocato. Pensavo solo a sbrigarmi e ad andarmene – poi hanno contato e sono partiti con la canzone, ricordo che la prima cosa che mi ha colpito sono state le parole iniziali – “Agenti della legge, pedoni sfortunati…” – stavo smettendo di suonare, quello che mi arrivava nelle cuffie era incredibile – tutto quanto, la band, la canzone, le parole… era diverso da qualsiasi cosa avessi mai sentito prima. 

Marotta non aveva nemmeno mai lavorato con nessuno esigente come Fagen & Becker: l’orecchio incomparabile che avevano per suono, ritmo e intonazione, faceva sì che quello che a un turnista esperto come lui poteva sembrare ottimo, per loro fosse appena passabile. “Non male”, mi fa Donald a un certo punto, “ma intorno alla sedicesima battuta c’è un punto dove apri il charleston leggermente di meno, e si sente”. Io garantisco che non riuscivo a cogliere niente del genere, ma lui mi ha fatto ascoltare 20 volte il nastro, e indicava sempre lo stesso punto – non stava scherzando, non era pazzo, lui notava davvero quella microscopica, quasi impercettibile differenza.  

Got a case of dynamite
I could hold out here all night
Yes I crossed my old man
back in Oregon
Don’t take me alive

La grandezza degli Steely Dan non sta nella tecnica – comunque impressionante – dei musicisti che coinvolgevano nelle incisioni, ma nella visione assoluta che avevano della composizione e dell’arrangiamento, che li portava a una intransigenza ostile nei confronti di qualsiasi compromesso: l’asticella restava altissima anche rispetto a sé stessi – la loro storia è piena di aneddoti su canzoni scartate dopo sessioni lunghe e complesse, perché non trasmettevano quello che avrebbero dovuto, e nel primo cofanetto che raccoglie le loro opere, CITIZEN (1993) i due di fatto evitarono che fossero inseriti degli inediti, perché gli unici pezzi di cui erano soddisfatti erano quelli pubblicati. A ripensarci anzi forse loro qualcuno lo avrebbero pure scartato, a posteriori, a causa di errori di cui all’epoca non ci eravamo accorti.

Here in this darkness
I know what I’ve done
I know all at once
who I am

Don’t take me alive racconta una sensazione, come nello stile del duo: tra le tante frustrazioni descritte nella avvincente biografia realizzata da Brian Sweet, Reelin’ in the Years, c’è anche quella dell’incontro con giornalisti che invece volevano storie, e chiedevano spiegazioni sui testi (…ma Kid Charlemagne parla di Charles Manson o di Al Capone?), per avere risposte, collegare a fatti, banalizzare – esattamente l’opposto della ricerca dei due antieroi rock. Comprimere nei 4 minuti del pop le intricate radici jazz richiedeva invece testi tutt’altro che immediati, costruzioni astruse fatte per spiazzare e sfidare l’ascoltatore (l’apertura citata da Marotta – Agents of law, unlucky pedestrians…), al posto delle frasi fatte e degli slogan da rocker. Il protagonista della canzone è con le spalle al muro, forse per qualche ragione reale – ma non è detto (…yes, I crossed my old man, back in Oregon – quello “yes” all’inizio sarà un sì o un sospiro? Ha importanza saperlo?): la risoluzione della situazione potrebbe avere conseguenze per altri, magari degli innocenti, e quindi è meglio non tentare di prenderlo vivo. Sono il figlio di un contabile, non voglio sparare a nessuno: ho una cassa di dinamite, potrei resistere qui tutta la notte. La contrapposizione tra dramma e ironia rispecchia quella tra la complessità musicale e la forma pop, ed entrambe portano a un equilibrio anomalo, che fa sì che dopo oltre 40 anni Don’t take me alive suoni ancora coinvolgente e attuale: uno dei vertici di THE ROYAL SCAM (1976), porta d’ingresso più abbordabile del capolavoro AJA (1977) verso lo stupendo catalogo di Becker & Fagen.

“Mad dog, surrender!”
How can I answer?
A man of my mind
can do anything…

Per capire la grandezza dell’architettura che rende Don’t take me alive “differente”, come la percepì Marotta, vale la pena provare ad ascoltarne qualche cover: anche quando l’intricato spartito viene reso correttamente, l’essenziale si perde nella maniera, tra strizzate d’occhio inappropriate (l’autocompiacimento di chi si sostituisce a Fagen al microfono, la risatina delle coriste quando il testo evoca la folla ghignante), e inutili arricchimenti dell’arrangiamento (i riff ribattuti con i fiati, la ripetizione del finale – una conclusione naturale, se si trattasse di una canzone normale). Ogni aggiunta incrina l’eleganza sospesa e l’asciuttezza ricercata del disegno originale: per gli Steely Dan less is more, letteralmente.



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