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Pubblicato il Ottobre 2nd, 2017 | by Lorenzo Barbagli

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Oceansize – Il suono di mille band che esplodono

La parabola musicale degli Oceansize, andata avanti per dodici anni dal 1998 al 2010, è all’insegna della contaminazione; in soli quattro album in studio, la band è riuscita a scandagliare i generi più disparati: post rock, elettronica, psichedelia, grunge, ogni sorta di metal, hardcore, minimalismo, noise, shoegaze e, infine, progressive rock. Ma, benché i loro imponenti lavori superino di gran lunga l’eccellenza, nessuno di essi ha mai conseguito lo status di capolavoro definitivo. Ognuno rappresenta un universo a sé e, allo stesso tempo, è parte di un tassello di crescita artistica. In pratica, è nella visione totale della carriera degli Oceansize che risiede la vera chiave di volta per comprenderne la grandezza.

Tutti e cinque i membri degli Oceansize hanno abitato per anni a Salford, ma si sono conosciuti solo nel college che stavano frequentando a Manchester. Mike Vennart (voce e chitarra) e Richard “Gambler” Ingram (chitarra e tastiere), originari dello Yorkshire, Steve Durose (chitarra) da Birmingham e lo scozzese Mark Heron (batteria) provenivano da differenti gruppi ed esperienze musicali quando nel ‘98 fondarono gli Oceansize (nome preso in prestito da una canzone dell’album NOTHING’S SHOCKING dei Jane’s Addiction e suggerito dal bassista Jon Ellis). A detta di Vennart fu la loro incapacità cronica nello scrivere canzoni pop rock a portarli verso una tipologia di musica così articolata. A causa delle loro partiture complesse, gli Oceansize sono stati uno di quei gruppi che piacevano più ai musicisti che non al pubblico. Ancora nel 2010, un anno prima della loro separazione, un ormai disilluso Vennart si lamentava di non avere mai avuto la possibilità di suonare ai festival di Reading e Glastonbury (“quarantacinque palchi e non ci è mai stato chiesto di suonare in nessuno di loro. E noi lo abbiamo chiesto ogni fottuto anno!”). La verità è che gli Oceansize sono sempre stati fuori dal tempo e fuori da facili catalogazioni, superba caratteristica che ha impedito loro inevitabilmente di elevarsi dal mero culto di pochi ma fedeli appassionati.




EFFLORESCE (Beggars Banquet, 2003) – Come esordio, EFFLORESCE, è qualcosa di imponente: brani lunghi, ipnotici o massicci, racchiusi in un album che si estende per settantacinque abbondanti minuti e organizzato virtualmente in tre blocchi da tre brani ciascuno. Difficilmente gli Oceansize rimangono sulle medesime coordinate nello stesso brano, il punto di partenza e quello di arrivo sono solo due limiti imposti, all’interno dei quali non è ben chiaro cosa aspettarsi. EFFLORESCE si presenta come una versione complessa ed evoluta di Mogwai, Radiohead e Soundgarden messi insieme. Il singolo Catalyst, preso in contrasti tra chitarre sferraglianti e arpeggi languidi, può sembrare una versione metallica, meno depressa e più concreta dei Radiohead. Poi, quando si crede di averli già capiti, ecco l’ambient elettronica di One Day All This Could Be Yours a mischiare le carte: sviluppo in loop, cantato narcotico e noise invasivo. Gli fa eco subito dopo Massive Bereavement, dispiegandosi in dieci ipnotici minuti quasi lineari e spaziali, fino all’apocalittico finale. Se la prima parte somiglia ad uno spaccato di space rock condito di elettronica, la seconda è più massiccia, anche se, in sostanza, la piccola orchestra di chitarre (Vennart, Durose e Gambler) continua a dividersi i compiti tra registri distorti e psichedelici, mentre la batteria di Heron non la smette di segnare tempi dispari. You Wish pulsa di spasmi post grunge, Remember Where You Are è un incessante accavallarsi di melodie contorte e seducenti e Amputee dispiega tutto il volume di fuoco delle chitarre in un compatto vortice sonico. Le ultime tre tracce sono figlie avanzate del post rock di Bark Psychosis e Talk Talk e delle loro atmosfere rarefatte, dilatate e notturne. Women Who Love Men Who Love Drugs raggiunge il capolavoro psichedelico, concretizzato attraverso le mentite spoglie di post rock sepolto sotto strati di cumuli elettrici shoegaze. Contrapposto a questa dolcezza, segue il blues malato di Saturday Morning Breakfast Show, acido e tempestoso. Long Forgotten, un’inconsueta ballad semiacustica, chiude con malinconia lirica e poetica.




EVERYONE INTO POSITION (Beggars Banquet, 2005) – EIP è un lavoro più eterogeneo nel quale il gruppo ripose molte aspettative in termini di visibilità. Nonostante dall’album fossero riusciti a ricavare addirittura i due singoli, New Pin e Heaven Alive, questi furono praticamente ignorati dalle radio. Heaven Alive, in particolare, ha uno dei chorus più orecchiabili e maestosi mai scritti dagli Oceansize, che si inserisce in un acido groove stratificato di chitarre elettriche. Forse proprio per questo suo potenziale, era stata ripescata addirittura dal primo EP AMPUTEE e registrata di nuovo. New Pin, invece, non era abbastanza accattivante nelle sue contorsioni dark e in quella melodia piuttosto omogenea con delle dinamiche troppo lineari. Al contrario, qualcuno notò Meredith, usata come sottofondo musicale in una scena del telefilm “The O.C.”, una serie piuttosto popolare in quel periodo. Il lento mellifluo della canzone si avviluppa su se stesso, unendo l’indolenza dello shoegaze ai suoni volatili dell’ambient ed era forse un giusto contrasto per aggiungere concretezza ai vacui drammi patinati degli adolescenti californiani raccontati dalla serie. Poi fu la volta di Music for a Nurse, utilizzata in uno spot della compagnia francese di telecomunicazioni Orange. Con i suoi otto minuti, Music for a Nurse ha un’atmosfera sempre pacata: si tratta di un incisivo giro armonico di chitarra, pizzicato, sul quale la band costruisce quegli strati sonici di natura post rock tanto cari ai Sigur Rós. Il trittico di pezzi quieti viene completato dal corale Mine Host, decostruzione sistematica di un bellissimo, reiterato e soffuso giro armonico di organo e chitarra, calato di proposito in una veste sfocata e depotenziata. Un pezzo idiosincratico come The Charm Offensive rimane una delle vette compositive del quintetto, dove una matassa di controtempi si dipana con incedere minaccioso ed esaltante; ad esso si aggiunge il radicale estremismo mai più eguagliato di A Homage to a Shame, dove il gruppo tenta, in una selva di cambi tematici, accostamenti inverosimili di devastazione e melodia: refrain orecchiabili, rock anthemico, thrash metal e hardcore. You Can’t Keep a Bad Man Down e Ornament/The Last Wrongs, più che canzoni, per la loro imponente maestosità, sembrano dei rituali da opera rock: la prima, cadenzata e solenne, ha la stessa potenza di un cerimoniale pagano; la seconda, più formale e composta, si apre ad arie celestiali, trovando nel post rock una dimensione quasi spirituale. Infine, nei riff gravi e metallici di No Tomorrow si può ritrovare un post grunge di avanguardia vicino alle chitarre muscolose dei Soundgarden.




FRAMES (Superball Music, 2007) – Il terzo album, che vede l’entrata in formazione del bassista Steven Hodson al posto di Ellis, edifica su frammenti di jam collettive composizioni molto lunghe, stratificate in maniera radicale e quasi autoindulgente. Ci voleva una buona dose di coraggio ad aprire l’album con un brano come Commemorative ___ T-Shirt, quasi nove minuti di minimalismo abbinato a post rock con uno sviluppo concentrico e ripetitivo, che aggiunge alla struttura piccole cellule sonore, mano a mano che il pezzo si dipana. Solamente intorno alla sua metà la voce di Vennart comincia a scandire le prime parole del testo. Ad un orecchio poco esperto esso può apparire come un monumento alla staticità, ma il drumming di Heron è un capolavoro di dinamica. Il titolo originale, Commemorative 9/11 T-Shirt, fu censurato per non creare possibili polemiche, anche se in realtà, spiegò Vennart, il riferimento non era rivolto assolutamente ai fatti dell’undici settembre. L’apparente monotonia di Commemorative ___ T-Shirt viene spezzata di colpo da Unfamiliar e Trail of Fire, due dei brani più epici dell’intera discografia del gruppo. Le melodie più celestiali e le astrusità più contorte s’incontrano qui in un connubio unico e geniale. Sleeping Dogs and Dead Lions riprende le asperità hardcore di A Homage to a Shame, per immergerle nelle lunatiche trame armoniche dei Cardiacs. Per ascoltare gli Oceansize nella loro veste quieta e solenne ci si può rivolgere a Savant e The Frame, che edificano dei crescendo orchestrali all’interno di strutture post rock. Only Twin appare, invece, come una canzone romantica malata, tra shoegaze arrangiato per orchestra e post metal, comunque dall’atmosfera talmente strana e morbosa da mettere a disagio. Medesima impressione che s’impadronisce della strumentale An Old Friend of the Christy’s, altro tour de force di dieci minuti sulfureo e tribale. FRAMES è un album ellittico e multiforme che mette bene in chiaro di cosa erano capaci gli Oceansize e dove ogni canzone rappresenta una cornice della propria sfaccettata personalità musicale. FRAMES è la sintesi più efficace della loro arte e, forse proprio per questo, è da ritenersi l’album più compiuto degli Oceansize.




SELF PRESERVED WHILE THE BODIES FLOAT UP (Superball Music, 2010) – In quella che rimane l’ultima prova discografica degli Oceansize, la band cambia il proprio processo creativo. Se i precedenti lavori erano stati frutto di lunghe ed estenuanti jam improvvisate, su quest’ultimo ognuno dei membri opera per conto proprio, portando sul piatto delle idee individuali già elaborate e dei brani già virtualmente ultimati. In seguito tutti e cinque si occuparono della messa a punto dei pezzi fino ad arrivare a completare i vari arrangiamenti. SPWTBFU fu come una reazione a FRAMES, la cui direzione intrapresa fu così sintetizzata da Vennart: “Alcune di quelle cose su FRAMES erano così fottutamente difficili da suonare e sono consapevole di quando la musica diventa troppo complicata per il solo gusto di farlo.” Le chitarre sferraglianti di Part Cardiac, calate in una solenne e cadenzata ritmica doom, colpiscono per la loro ruvidità, ma ancora più radicale è It’s My Tail and I’ll Chase It If I Want To (con Simon Neil dei Biffy Clyro come ospite a urlare in sottofondo), velocissima meteora spinta da un muro sonoro di chitarre elettriche e da un Heron propulsivo come non mai. SuperImposer  e Built Us a Rocket Then…, con le loro geometrie complesse applicate alla forma canzone, mostrano l’essenza degli Oceansize in versione “short”. SuperImposter, Pine e Ransoms rappresentano l’antitesi dei brani appena citati: lavorando di sottrazione, si comportano come canzoni solo nell’apparenza, in realtà coincidono più con il post rock d’atmosfera, mentre A Penny’s Weight, con la sua melodia da carillon, rimane una perfetta ninnananna progressiva. Oscar Acceptance Speech e Silent/Transparent sono gli unici due pezzi a ricordare le dilatazioni temporali del passato. A conti fatti, SPWTBFU, risulta un album musicalmente eterogeneo con momenti di calma latente contrapposti ad altri di riff potenti come un maglio d’acciaio. Eppure rimane un lavoro contraddittorio e interlocutorio, che spariglia le carte e mette sul piatto una serie di aspirazioni dal sapore incompiuto. Oggi, a bocce ferme, possiamo archiviare SPWTBFU come il lavoro post punk degli Oceansize, quello che ne ha preso la sostanza e ci ha ricavato un composto surrogato indirizzato verso l’essenzialità.

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