Guide

Pubblicato il Ottobre 3rd, 2026 | by Paolo Formichetti

0

Shadow Gallery

Nell’inflazionato campo del metal progressive non sono molte le band come gli statunitensi Shadow Gallery che possono vantare una discografia magari non ampissima ma di livello così elevato. Alla stessa maniera sono poche le formazioni che, nonostante gli apprezzamenti di critica e pubblico, abbiano collezionato un numero così esiguo di esibizioni dal vivo. Gli Shadow Gallery infatti possono vantare nel loro curriculum poche sporadiche date, peraltro effettuate solamente dopo la prematura scomparsa del loro vocalist e fondatore Mike Baker (avvenuta a soli 45 anni nel 2008).
In questa guida all’ascolto prenderemo in esame i sei album pubblicati dalla band tralasciando le loro partecipazioni a lavori-tributo e le ospitate dei vari membri in dischi di altri gruppi.




SHADOW GALLERY (Magna Carta, 1992) – La band, originaria della Pennsylvania, viene fondata da Mike Baker che raduna attorno a sè amici di scuola e del quartiere, mettendo su una formazione di altissimo livello tecnico comprendente Carl Cadden-James al basso e flauto, Brendt Allman alla chitarra e Chris Ingles alle tastiere. Il loro demo suscita immediatamente l’interesse dell’etichetta Magna Carta, al tempo alla febbrile ricerca di talentuose band dedite al prog-metal. L’etichetta newyorkese decide di velocizzare le cose pubblicando direttamente il demo, che risente pertanto da una qualità sonora non ottimale e dalla presenza della batteria elettronica, seppur sapientemente programmata. Fin dalle prime note appare ben evidente lo stile della band: un prog-metal ricco di cambi di tempo e virtuosismi strumentali con tanto di assoli di chitarra malmsteeniani, il tutto illuminato da linee vocali bellissime che rimangono impresse fin dal primo ascolto e sono spesso arricchite da cori in stile Queen. Sono proprio le parti cantate la marcia in più che caratterizza pezzi stupendi come Dark Town o Mystified. La voce di Baker non è quella di un iper-tecnico ma il suo timbro è piacevolissimo e gli intrecci vocali con i compagni di band, i contrappunti, i botta e risposta rendono i brani estremamente fruibili a dispetto della loro complessità. Il finale del disco è poi affidato a una mega suite di ispirazione fantasy, The Queen Of The City Of Ice,  dove ancora una volta Baker può mettere in luce le sue doti canore.




CARVED IN STONE (Magna Carta, 1995) – Il disco d’esordio riceve ottime critiche e ha un certo successo di vendite seppur inevitabilmente offuscato dalla “bomba” IMAGES AND WORDS, sganciata tre mesi dopo dai Dream Theater. Alla formazione originale si aggiungono il chitarrista e tastierista Gary Wehrkamp e il batterista Kevin Sofera e sarà proprio questa nuova line up a mettersi al lavoro sul secondo disco, che approderà nei negozi a tre anni di distanza. Se nel lavoro d’esordio il riuscitissimo logo della band campeggiava su un bel disegno raffigurante Icaro in procinto di spiccare il volo, qui la tamarraggine regna sovrana con le iniziali SG impresse nella pietra (chi ha pensato all’esilarante gag degli Elii in Supergiovane alzi la mano). Le tracce del disco, intervallate da brevi interludi strumentali, mostrano ancora una volta come la tecnica stratosferica dei musicisti venga messa al servizio di parti vocali sempre iper-melodiche e supportate da cori magniloquenti (va ricordato che nella band cantano quasi tutti). Echi di Queen e Kansas non sminuiscono minimamente la proposta musicale degli Shadow Gallery che risulta sempre, a suo modo, piuttosto originale differenziando la band dalle decine di cloni dei Dream Theater che iniziano a sovraffollare il panorama prog-metal.




TIRANNY (Magna Carta, 1998) – La voglia di andare in tour si scontra con la dura realtà di musicisti straordinari ognuno dei quali ha però un lavoro full time da portare avanti e poco tempo da dedicare alla musica. Mentre alla batteria si registra l’inserimento di Joe Nevolo, i successivi tre anni di lavoro, svolti presumibilmente nei ritagli di tempo, portano alla realizzazione del primo concept album della band. La storia è in piano stile Rush e immagina un futuro distopico nel quale una sorta di nuovo ordine mondiale cerca di diffondere una pandemia, contrastato in questo malvagio piano da uno scienziato eroe che al contrario lavora per creare una cura. Il disco vede la collaborazione della cantante country Laura Jaeger e le special guest vocali di James LaBrie dei Dream Theater (anche coautore nel brano I Believe) e di DC Cooper dei Royal Hunt. Ancora una volta il lavoro è una sequenza di pezzi uno più bello dell’altro: dall’intro strumentale Stiletto In The Sand, alla ballad Hope For Us, alla tiratissima War For Sale è davvero difficile stilare una classifica. Curiosità finale, il concept non arriva ad una conclusione della storia che viene lasciata aperta in vista di una futura parte 2.




LEGACY (Magna Carta, 2001) – Per il loro quarto lavoro gli Shadow Gallery, un po’ a sorpresa, decidono di non completare il concept iniziato nel disco precedente. LEGACY è fatto pertanto di canzoni indipendenti tra loro nelle quali si accentua ancor di più la componente progressive. Il disco si apre con Cliffhanger 2, che richiama l’analoga opener di CARVED IN STONE, ed è un brano sinfonico nella prima parte, con tanto di violini e pianoforte, e assai più tirato nella coda strumentale nella quale le chitarre elettriche duellano selvaggiamente. Il disco prosegue sulla stessa falsariga con canzoni di disarmante bellezza, arrangiate in maniera superlativa e con melodie vocali che meriterebbero ben altri riconoscimenti e non sfigurerebbero in pezzi rock da alta classifica (basti ascoltare a tal proposito la power ballad Colors). Il lavoro si chiude con la mega suite First Light, 23 minuti di meraviglie prog seguite da silenzio e da una inquietante ghost track strumentale per solo pianoforte.




ROOM V (Inside Out, 2005) – Dopo un best of che chiude il contratto con la Magna Carta, la band firma con la ben più potente Inside Out e pubblica finalmente il prosieguo del concept iniziato su TIRANNY. La trama della storia va avanti con il protagonista che mette al mondo una figlia immune al virus che ovviamente diventerà l’oggetto di primario interesse del nuovo ordine mondiale. Le cose poi diventano ancora più intricate per arrivare addirittura a una sorta di colpo di scena con i sei musicisti che, sfondando la “quarta parete”, entrano nella narrazione come alfieri della resistenza e della ribellione contro il potere. Tale cervellotico concept fa ovviamente il paio con parti strumentali intricate e complesse che vedono ancora una volta la collaborazione di James LaBrie, stavolta come autore in Torn, e Laura Jaeger special guest in Comfort Me. Inutile sottolineare, ancora una volta, la bellezza delle linee vocali e dei cori di supporto, vero e proprio marchio di fabbrica della band, nonchè la superlativa prestazione strumentale di tutti i membri.

.




DIGITAL GHOSTS (Inside Out, 2009) – Nel 2008 Mike Baker muore per un attacco cardiaco e la band, seppur segnata emotivamente, decide di andare avanti in suo onore e arruola Brian Ashland con il quale realizza quello che ad oggi è il loro ultimo album. Al lavoro di composizione partecipa Chris Ingles, anche se poi deciderà lasciare la band disertando le session di registrazione, così come Joe Nevolo sarà presente solo in tre tracce sostituito per le restanti dallo stesso Gary Wehrkamp. Nonostante questi inconvenienti a livello di formazione, il disco è ancora una volta di altissimo livello, con brani intricati, potenti, deliziosamente dreamtheateriani dal punto di vista strumentale ma al contempo incredibilmente accessibili nelle linee vocali. Dopo la pubblicazione del disco la band riuscirà a organizzare una manciata di esibizioni dal vivo tra cui un mini tour europeo con tanto di data all’Alcatraz di Milano (6 ottobre 2010).


Tags: , , , , , ,


Articolo a cura di



Lascia un commento