Incontri

Pubblicato il Novembre 5th, 2020 | by Antonio De Sarno

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ANTHONY PHILLIPS: corde di luce

Un doppio album acustico, originariamente intitolato “Rainy Day Postcard”, pensato, sì, per smaltire le tante idee accumulate negli anni, ma registrato in due parti per ammortizzarne in qualche modo la durata. Anthony Phillips è arrivato alla fine grazie al tecnico del suono James Collins, che ha seguito l’intera produzione e lo ha incoraggiato a non mollare, anche quando i pezzi gli sembravano impossibili da eseguire. Ricorrendo a un minimo di sovra-incisioni, STRINGS OF LIGHT è qualcosa che rende onore alla carriera del grande artista.

Qual è stato il ragionamento dietro alla pubblicazione di un intero album di musica per chitarra acustica? Soprattutto dopo una serie di ristampe e remaster della tua discografia negli ultimi anni?

La verità è che mi ero dedicato tantissimo alle composizioni per tastiere per via delle colonne sonore televisive, sempre a scapito della chitarra. Direi che è stata anche una scusa per dedicare un po’ di tempo alla mia amata collezione di chitarre!

Un brano molto curioso sul nuovo disco, pizzicato in modo bizzarro,  è Mouse Trip. Come è nato?

Avevo abbozzato qualcosa sulla classica, ma trovandolo particolarmente stravagante, ho deciso di svilupparlo aggiungendo qualche elemento a sorpresa.

Winter Lights ha un (ennesimo) bellissimo tema, molto suggestivo. Sembra quasi di percepire lo scheletro di una canzona non ancora materializzata, con tanto di crescendo e coda.

E’ stata scritta nel 1971, almeno la parte principale. così come un altro brano sul disco, Shoreline, anch’esso sviluppato tanti anni dopo. Ho trovato un’accordatura particolare per il pezzo, ma non l’ho mai considerata una “canzone” nel senso canonico.

Hai già detto in passato che inventarsi dei titoli per musica strumentale è molto difficile, eppure un titolo come Song For Andy deve per forza avere una storia dietro…

Un carissimo amico di vecchia data, Andy Hall, l’attore, è venuto a mancare (nel maggio di quest’anno) per problemi derivanti dall’amianto. Lui amava cantare una delle mie vecchie canzoni, Let Us Now Make Love, e sua moglie Abigail ha ancora il vecchio pianoforte sul quale provavamo e componevamo insieme.

Il modo di fruire la musica è stato rivoluzionato negli ultimi anni dallo streaming. Curiosamente il tuo brano più riprodotto su Spotify, almeno per quanto riguarda STRINGS OF LIGHT, è il brano d’apertura, Jour De Fete. Ha cinquanta volte più riproduzioni del secondo estratto! Come te lo spieghi?

Non saprei… forse ricorda i Genesis del periodo di Stagnation?

Quel brano sembra il seguito ideale di Bel Ami, uno dei pezzi più rappresentativi del tuo album precedente, FIELD DAY. In realtà l’intero disco sembra il proseguo di quel lavoro…

Naturalmente, perché l’idea di fondo è la stessa: quella di usare solo strumenti a corda, variando il più possibile le accordature e cercando un timbro diverso, un carattere distintivo, per ciascun pezzo. La speranza è quella di esserci riuscito, almeno questa volta, e di aver suonato in maniera più precisa, ottenendo un suono migliore nel complesso.

Days Gone By è un titolo molto riflessivo, cosa ha ispirato quel brano?

Come sempre la musica ha ispirato il titolo, che nel caso di questo disco è arrivato all’ultimo momento. Quasi una costante questa volta.

L’album si chiude con un brano dal titolo che non promette bene…Life Story…non è che hai deciso di chiudere il disco con un messaggio di addio? E’ anche il brano più lungo su STRINGS OF LIGHT…

Niente affatto! Stavo suonando con l’accordatura in Do (gioco di parole tra “C” e Sea, ovviamente intraducibile) e il pezzo aveva tantissime sezioni che mi facevano pensare al mare. Il mio produttore, James, ci vedeva una storia dietro, beato lui! Io non ci sentivo niente del genere, ma escogitammo il titolo A Life’s Tale, che però mi sembrava un po’ troppo solenne. Così alla fine abbiamo optato per il più conciso Life Story.










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